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Paesi emergenti, il legame tra miliardari e ricchezza produttiva

22 Ottobre 2014 14:10
financialounge -  miliardari
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La lettura attenta delle liste dei miliardari, effettuata confrontando i movimenti dei grandi patrimoni personali nei vari paesi sul lungo periodo, può fornire indicazioni utili sulla capacità di un’economia di creare ricchezza produttiva sotto forma di magnati industriali che sappiano promuoverne la crescita futura.

L’analisi integrata dei tre specifici indicatori presi in considerazione dal Team Global Emerging Markets Equity di Morgan Stanley Investment Management per le prime 10 nazioni emergenti rivela, per esempio, che le tendenze dei patrimoni personali sono positive in Brasile (forse la maggior sorpresa, visto che nel paese abbondano in egual misura diseguaglianze sociali e miliardari in settori produttivi), India e Cina e negative in Russia, Malaysia e Taiwan.

“Abbiamo sviluppato un modello interno che utilizza le classifiche dei miliardari per valutare se la crescita interna di un paese sia o meno equilibrata. Generare ricchezza è segno di vitalità per tutte le economie, sempreché i miliardari non controllino una quota eccessiva dell’economia, non stiano diventando un’élite chiusa e si stiano espandendo nei settori produttivi” dichiara il Team Global Emerging Markets Equity i cui indicatori sui quali ha concentrato l’attenzione sono, assieme alla relativa evoluzione nel corso del tempo, sostanzialmente tre: la ricchezza dei miliardari in percentuale del PIL, il numero di ricchi che entra o esce dalla classifica e la percentuale di ricchezza concentrata nei miliardari «buoni» di settori produttivi come tecnologia e industria rispetto a quella in mano ai miliardari «cattivi» dei settori meno produttivi ed esposti al rischio di corruzione, come l’immobiliare e le materie prime.

“È vero che, confrontando il numero di miliardari del segmento hi tech con quello del molto più vasto settore delle commodity, dell’energia e in particolare del petrolio, si nota che nel 2011 i miliardari del segmento energetico erano tre volte quelli del comparto tecnologico. Ma la situazione non è durata a lungo, perché nel 2011 i prezzi globali delle materie prime hanno iniziato a comprimersi dopo dieci anni di rapida crescita. Nel 2013 i miliardari dei settori “buoni” erano infatti di nuovo i più numerosi: 126 globalmente nel settore tecnologico (di cui 63 negli Stati Uniti), contro 78 in quello energetico (di cui 33 negli Stati Uniti)” fa presente il Team. Tuttavia, sebbene i miliardari «buoni» siano in aumento, in alcune economie questo fenomeno è più significativo che in altre. Solo tre anni fa in Cina chiunque avesse avuto un patrimonio personale vicino alla soglia di 10 miliardi di dollari finiva regolarmente in prigione, apparentemente per il timore che ricchezze eccessive potessero fomentare agitazioni sociali.

Ora, per la prima volta, sei magnati hanno superato questa soglia e tre dei più prominenti, tutti con un patrimonio superiore a 15 miliardi di dollari, sono venuti dal nulla, facendo fortuna in settori come i motori di ricerca online, i social media e l’e-commerce. Anche in India, dove fino a pochi anni fa solo i governatori delle provincie con appoggi politici riuscivano ad arricchirsi, è in atto un fenomeno simile. Dal 2010 il numero di nuovi miliardari «buoni» è nettamente salito, una tendenza che conferma anche la lista Forbes del 2014 da poco pubblicata. Quasi un terzo dei miliardari indiani del 2014 (17 su 55) sono nuovi entranti, e di questi 14 provengono da settori produttivi come la farmaceutica, l’istruzione e i beni di consumo. I miliardari «buoni» sono in aumento persino in Brasile, un paese dove gli imprenditori privati sono riusciti ad ammassare ingenti ricchezze malgrado le intromissioni del governo e la forte dipendenza dell’economia locale dalle esportazioni di materie prime.

I nuovi miliardari erano il 57 per cento nella lista del 2013, e oltre il 90 per cento dei patrimoni personali, la quota più elevata del mondo nei paesi emergenti al di fuori della Corea, era in mano ai miliardari “buoni” di settori come banche e media. Stranamente, le economie sviluppate più mature sono da qualche tempo quelle che generano più nuovi miliardari, mentre tendono ad avere meno ereditieri delle economie più giovani.

Escludendo Cina e Russia, dove i patrimoni ereditari in pratica non esistono a causa degli espropri proletari di tanto tempo fa, nei mercati emergenti le dinastie familiari controllano il 48 per cento della ricchezza personale, contro il 43 per cento dei paesi sviluppati. È vero che gli ereditieri sono una quota relativamente limitata dei miliardari statunitensi, ma ciò che emerge dall’analisi dei dati globali è la forte disparità nella distribuzione delle dinastie familiari, che in Russia rappresentano lo 0% dei patrimoni personali, in Giappone il 12%, negli Stati Uniti il 33% e in Corea del Sud ben il 76%, mentre in Germania addirittura l’83%.

«Tuttavia, la presenza di dinastie familiari non sembra necessariamente giocare a sfavore di Germania e Corea del Sud, dove questi magnati controllano alcune delle società più produttive del mondo. Analogamente, non si può sostenere che l’assenza di dinastie sia un indice di dinamicità per la Russia, dove molti miliardari sono oligarchi vicini al Cremlino i cui patrimoni personali ammontano complessivamente al 19% del PIL, la quota maggiore del mondo. Penultima in questa classifica è la Malaysia, un altro paese dominato dai miliardari “cattivi”. All’estremo opposto troviamo invece il Giappone, dove i patrimoni dei miliardari rappresentano meno del 2% del PIL nazionale. Anche se potrebbe sembrare assurdo affermare che in un paese non ci sono abbastanza miliardari, non si può fare a meno di sospettare che ciò sia un sintomo della cronica incapacità dell’economia nipponica di creare vera ricchezza» conclude il Team Global Emerging Markets Equity.
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