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Come i consulenti aiutano a comprendere gli errori

16 Ottobre 2014 - 14:15
financialounge - news
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La differenza tra gli errori della quotidianità e quelli nella gestione dei risparmi è abissale. Sbadataggini, dimenticanze, sbagli, tutti si superano, nella vita quotidiana, stando più attenti, consapevoli, preparati, secondo le terapie sopra indicate. All’opposto, nel campo della gestione dei risparmi, l’errore, per così dire, consiste nel credere che si possano fare errori. Credere cioè, come l’ortopedico di Milano, che una persona più preparata avrebbe di sicuro evitato gli investimenti deludenti.

“Nel primo caso, quando cioè abbiamo a che fare con gli sbagli abituali della vita corrente, le conoscenze formatesi grazie agli insegnamenti dell’esperienza passata eliminano o riducono gli errori, che sono stati individuati sulla base delle conseguenze non gradite delle nostre azioni” spiega Paolo Legrenzi, professore straordinario di psicologia cognitiva presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia nella Lezione 102 del 16 ottobre della Rubrica “I soldi in testa”, che poi prosegue: “Nel secondo caso, quando si ha a che fare con i risparmi, la conoscenza previene gli errori ammortizzandoli, e cioè distribuendo i risparmi in forme d’investimenti che sono “de-correlate” (cioè che variano in modi diversi nel tempo, così da compensare le oscillazioni in direzioni opposte). Gli errori in questo campo non sono quelli eliminabili dal meccanismo della selezione tramite le conseguenze. Ne consegue che la speranza di prevenire gli eventuali errori nell’ambito delle decisioni d’investimento è, a sua volta, un errore perché la storia non si ripete”.

O meglio, la storia non si ripete su tempi sufficientemente brevi, quelli presi in considerazione dai più (sui tempi lunghissimi, direi quasi disumani, gli indici di borsa dei paesi capitalisti più efficienti hanno battuto qualsiasi altra forma d’investimento). Nei mercati, almeno nell’ambito dei tempi che interessano le persone normali, regna l’incertezza: la conoscenza si traduce non in prevenzione, bensì in ammissione d’ignoranza. E a tale ammissione molti non arrivano mai, per questo ci vogliono i consulenti.

Perché è necessario farsi assistere da un buon consulente?
“Innanzitutto ricordiamo che un risparmiatore che riconosce l’importanza di farsi accompagnare nella pianificazione finanziaria da un consulente di fiducia, e riconosce dunque la propria inadeguatezza nel districarsi tra scenari complicati e una sovrabbondanza di strumenti e proposte, è un risparmiatore evoluto. «Con una simile complessità è insensato pensare di farcela da sè» ammonisce anche David Swensen, celebrato gestore della Fondazione dell’Università di Yale. Ma anche il risparmiatore evoluto può cadere nell’equivoco di ritenere il proprio consulente un esperto che, come tutti gli esperti, sulla base di conoscenze e tecniche specifiche sa «quel che bisogna fare per risolvere un problema specifico». Le competenze in ambito finanziario non coincidono con la conoscenza di ciò che accadrà, con la conoscenza «ex ante» di quale sarà il prodotto giusto, il consulente aiuta semmai ad evitare errori di metodo, concorre non alla certezza del risultato ma alla corretta pianificazione finanziaria e previdenziale di ogni risparmiatore o di ogni famiglia. Su questo il professor Legrenzi è molto chiaro: «se ci fosse un esperto gestore che sistematicamente battesse gli altri, basterebbe affidarsi a lui. E invece è meglio affidarsi a un consulente che, a sua volta, sa affidarsi a più gestori. Anche perché non esiste alcun gestore che sia sistematicamente e costantemente superiore agli altri, almeno sui tempi lunghi. Sono i tempi brevi che ci rendono troppo sicuri delle nostre attese e delle nostre credenze». Siamo vittime di illusioni, Legrenzi parla di incantesimi, il compito del consulente è proprio quello di aiutarci non solo con le sue conoscenze, ma, soprattutto, a togliere delicatamente il velo delle illusioni” commenta Carlo Benetti, Head of Market Research & Business Innovation di Swiss & Global.

Sui consulenti «grava» peraltro anche la responsabilità nei confronti della prossima generazione degli italiani: ci può spiegare di cosa si tratta?
“L’Italia è un paese di santi, navigatori e … di risparmiatori. È grazie al risparmio che tante famiglie italiane sono riuscite a contrastare le conseguenze di un’economia che non cresce da quindici anni, di un ascensore sociale bloccato. Il risparmio ha permesso di aiutare i figli, i nipoti e, nella vecchiaia, se stessi. Banca d’Italia e ISTAT documentano però come a causa della persistenza degli effetti nefasti della non crescita, o della «decrescita infelice», sia diminuita la propensione al risparmio e siano peggiorate le condizioni economiche e finanziarie di molte famiglie. Inoltre gran parte del risparmio è concentrato in immobili (circa due terzi, secondo Banca d’Italia) e il restante terzo è scarsamente diversificato. Il professor Legrenzi ricorda che «la distribuzione dei nostri risparmi, i modi in cui sono stati investiti, costituisce probabilmente il maggior fallimento delle scienze cognitive in Italia, o meglio della loro applicazione, al punto che tale fallimento non è neppure riconosciuto come tale». Due le conseguenze di questo scenario, la prima è che la regola aurea della massima diversificazione possibile è ampiamente disattesa, la seconda è che è molto probabile che la prossima generazione sarà la prima dall’ultimo dopoguerra a essere mediamente più povera della precedente. C’è dunque urgenza di corretta pianificazione finanziaria, dei risparmi come della situazione previdenziale. È urgente favorire una maggior familiarità con l’educazione finanziaria delle generazioni più giovani e, citando ancora Legrenzi, «va evitata la dissipazione di quanto la prossima generazione erediterà». La buona gestione dei risparmi non era un problema così rilevante sul piano sociale quando la ricchezza veniva incrementata a un ritmo elevato rispetto al reddito (per esempio: 25% del reddito annuo risparmiato nel 1975), ma lo è oggi: il rapporto tra redditi dei giovani e risparmi ereditati ed ereditabili non è mai stato così sproporzionato, anche per la futura riduzione delle pensioni” conclude Carlo Benetti.

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