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Non mancano le ragioni per essere cauti

11 Febbraio 2014 - 13:15
financialounge - news
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L’azionario Europa resta più attraente rispetto a Wall Street. I paesi emergenti si confermano fonte di volatilità, il che consiglia un atteggiamento molto prudente soprattutto nei confronti delle emissioni obbligazionarie in valuta locale. La Cina, tuttavia, merita un sovrappeso.

Sono alcune delle principali raccomandazioni che emergono dalla lettura della CIO Letter di febbraio a cura di Giordano Lombardo, Group Chief Investment Officer di Pioneer Investments che si focalizza su due potenziali rischi per i portafogli degli investitori: 1) il cambiamento nell’umore sull'efficacia delle politiche monetarie; 2) la deflazione in Europa.

“Uno dei rischi che stiamo valutando è il cambiamento nell’umore degli investitori sull'efficacia delle politiche monetarie” precisa infatti Giordano Lombardo che poi prosegue:

“Negli Stati Uniti, la spesa per investimenti appare finalmente in fase di rilancio, segnando un miglioramento che è una condizione necessaria per una crescita sostenibile dell’economia americana: tuttavia, i dati macro più importanti devono ancora essere tenuti sotto stretta osservazione per verificare se l'economia è effettivamente divenuta più forte ed è in grado di sopportare la graduale riduzione degli stimoli monetari. In Europa, il leggero miglioramento delle condizioni economiche ha inciso positivamente sulle aspettative dei mercati, riportando flussi di investimento anche nella periferia. Questo contesto è di supporto per la nostra strategia, che favorisce l’azionario Europa rispetto agli Stati Uniti, le cui valutazioni appaiono poco attraenti, anche se le preoccupazioni circa la deflazione e la capacità della BCE di contrastarla possono rappresentare un rischio”.

Per Giordano Lombardo la FED sta camminando su un filo e il rischio di deludere i mercati non è trascurabile.

“Se i dati economici risultassero molto più forti del previsto, raggiungendo la soglia fissata per dichiarare gli stimoli monetari non più necessari, i mercati potrebbero iniziare a scontarne una rapida riduzione e da qui un altrettanto rapido passaggio alla fase restrittiva sui tassi di interesse. Tale accelerazione potrebbe, peraltro, sembrare una risposta tardiva ad un aumento imminente dell'inflazione, scenario che in passato ha determinato forti reazioni negative sui mercati obbligazionari, dove l’aumento dei rendimenti ha perfino minacciato la ripresa economica reale; anche i mercati azionari ne sarebbero colpiti. Un’altra conseguenza negativa di questo scenario sarebbe un ulteriore deflusso di capitali dai paesi emergenti, con rischi di effetti negativi su quelle economie costrette ad alzare i tassi per proteggere le proprie valute” sottolinea Giordano Lombardo.

Ciò a cui gli investitori stanno assistendo in questi giorni non è che la prima avvisaglia di questo scenario: in queste condizioni Giordano Lombardo ritiene che i mercati emergenti rimangano la principale fonte di volatilità e, pertanto, è cauto su questa area di investimento nel suo complesso, soprattutto nelle allocazioni in divisa locale, pur mantenendo una sovraesposizione relativa in Cina.

“Il secondo rischio principale per il nostro scenario è invece la deflazione, soprattutto in Europa, perché può mettere a repentaglio tutti gli sforzi fatti per stimolare l'economia ed è vista con molta preoccupazione da parte dei banchieri centrali. In questo senso, l'esperienza del Giappone negli ultimi 15 anni è particolarmente preoccupante, perché mostra chiaramente l'importanza delle aspettative degli operatori economici, che sono davvero difficile da gestire” afferma Giordano Lombardo per il quale dati gli attuali livelli del debito nei paesi sviluppati, un po’ di inflazione sarebbe pertanto auspicabile. Al contrario, l'assenza di pressioni inflattive crea forti preoccupazioni sulla sostenibilità a lungo termine del debito, sia pubblico che privato.

Con bassa inflazione le Banche Centrali non avranno bisogno di alzare i tassi di interesse per mantenere la stabilità dei prezzi e potranno allora confermare i benefici di una politica di tassi di interesse a zero. “Questa sarebbe la migliore delle ipotesi possibili, con ricadute positive sia sui mercati azionari sia obbligazionari. La contropartita è che bassi tassi di interesse implicano anche bassi rendimenti per le attività a reddito fisso, e in generale per tutte le asset class, come abbiamo più volte argomentato. Pertanto, diventa importante il ruolo di gestione attiva per sfruttare tutte le possibili fonti di alpha al fine di aggiungere valore ai modesti rendimenti attesi di molte classi di investimento” puntualizza Giordano Lombardo.

Tuttavia, se uno scenario di deflazione diventasse un’aspettativa probabile, il mercato azionario potrebbe sentirne l'impatto negativo prima di altri: il luogo dove attualmente il rischio deflazione sembra più tangibile è l’Eurozona.

“Il punto chiave è valutare se e come la BCE, storicamente chiamata a vigilare sull’inflazione, sia in grado di cambiare la propria prospettiva e sia pronta ad intervenire per evitare che insorgano aspettative di deflazione con gli effetti che abbiamo prima citato” confida Giordano Lombardo.

La BCE è infatti chiamata a decidere quale sia il male minore: se cioè evitare la deflazione in periferia, pur consentendo una certa inflazione in Germania ed altri paesi “centrali”, oppure rimanere ancorata ad una certa ortodossia "anti-inflazionistica", che rischia di soffocare le già deboli speranze di una ripresa economica.

“Nel complesso siamo dell’opinione che il mercato non abbia pienamente scontato il rischio che la BCE non abbia un piano deciso per contrastare la deflazione e che il disaccordo politico sui mezzi da adottare potrebbe portare ad una situazione di stallo prolungato. Per questo motivo i nostri team investimenti stanno attribuendo alla deflazione una probabilità maggiore di quella suggerita dagli effettivi dati economici a nostra disposizione e dalle nostre stime macro, e stiamo di conseguenza valutando le opzioni per proteggere i portafogli il più possibile da questo rischio specifico”.
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