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Cina e mercati emergenti al test del 2014

5 Febbraio 2014 11:00

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endo evitato la recessione o un hard landing nel 2013, non vi è alcun dubbio che che l'economia cinese stia risentendo degli effetti di un prolungato rallentamento del commercio globale. Rispetto ad una crescita media delle esportazioni pari al 29% annuo nel periodo 2003-8, le esportazioni e le importazioni della Cina hanno rallentato ad appena il 5-6% annuo nei tre mesi conclusisi a novembre 2013.
Questo andamento è il risultato di una crescita costantemente inferiore alla media negli Stati Uniti e di una stagnante economia nell'Eurozona, vale a dire i due maggiori partner commerciali della Cina.
Guardando altrove, anche il rallentamento dei tassi di crescita di India e Brasile ha inciso negativamente sulla crescita cinese.

Tutti questi problemi che attanagliano il commercio mondiale sono indicativi della necessità di cambiare il modello di crescita abbandonando l'attuale modello trainato dalle esportazioni a favore di uno più focalizzato sul mercato interno; tuttavia, come ogni cambiamento radicale, anche questo sconvolgimento strutturale non è semplice né rapido da mettere in pratica.
Nonostante la sessione plenaria del partito comunista tenutasi a novembre si sia conclusa con la diffusione di un dettagliato documento in cui si illustrano le aspirazioni del regime in termini di riforme, resta ancora da vedere quante di queste aspirazioni troveranno una reale concretizzazione.

Un ulteriore ostacolo al cambiamento della Cina è rappresentato dalle difficoltà incontrate dalle autorità nel controllo del credito non bancario. Dato che strumenti come i prodotti bancari di trust management fuori bilancio registrano ancora una crescita molto rapida (35-40% annuo), è improbabile che le autorità adottino politiche più accomodanti per questo ortodosso sistema bancario fino a quando non saranno riuscite a riprendere il controllo sulla crescita del credito non bancario.

"La crescita del credito non regolamentato sembra aver già inciso sulle quotazioni immobiliari, in rialzo del 16-20% a/a nelle città di maggiori dimensioni come Pechino, Shanghai e Guangzhou. Inoltre, l'inflazione dei prezzi al consumo - in rialzo dal 2% al 3% - ha interrotto il trend discendente, il che suggerisce che l'economia potrebbe entrare in un'altra fase di aumento dei prezzi" ricorda John Greenwood, Chief Economist di Invesco.

Il rallentamento del commercio mondiale ha inciso anche sulle altre economie minori dell’Asia orientale. Anche economie notoriamente competitive, come Taiwan e Corea, hanno registrato negli ultimi 18 mesi una crescita delle esportazioni pressoché nulla in termini di dollari USA.
Benché alcuni di questi Paesi si possano permettere di indebolire la propria valuta per compensare la flessione delle esportazioni, la maggior parte di queste economie non dispone di un margine sufficiente per adottare un modello di crescita più focalizzato sul mercato interno in quanto la domanda interna non è in grado di bilanciare l'indebolimento del commercio estero.
Oltre a ciò, le economie asiatiche, fatta eccezione per Cina e Giappone, hanno dovuto gestire le conseguenze degli afflussi di capitali imputabili al carry trade iniziati nel 2008-2009. In risposta a questi afflussi, alcune economie, come Corea, Taiwan e Hong Kong, sono prontamente ricorse in maniera attiva a controlli macroeconomici prudenziali per limitare la crescita del credito.

Quando Ben Bernanke a maggio ha ipotizzato un possibile avvio del tapering della Fed nel corso del 2013, queste economie hanno registrato solo un moderato sell-off delle rispettive valute, una flessione più contenuta del mercato azionario e effetti più limitati sulla crescita del PIL interno. Le economie ASEAN, che nella maggior parte dei casi hanno invece mantenuto una crescita stabile del credito, hanno subito correzioni più significative rispetto alle controparti dell'Asia settentrionale.

"Tuttavia, riteniamo che i veri sconfitti siano stati India e Indonesia, vale a dire le due economie che hanno evidenziato i tassi di crescita del credito più rapidi dall'inizio della crisi finanziaria globale. Anche se ciò può essere interpretato come un proseguimento delle vecchie abitudini (es. 2004-8), ciononostante nessuna economia al mondo può riuscire ad assorbire tassi di crescita della massa monetaria e del credito superiori al 15-20% senza lasciarsi coinvolgere in spese eccessive a livello locale e senza subire un deterioramento delle partite correnti, oltre a un indebolimento di valute e inflazione. Proprio questa combinazione di effetti si è abbattuta su queste due economie sulla scia del timore di un avvio del tapering" sostiene John Greenwood Chief Economist di Invesco.

Sintetizzando la situazione in cui versano queste economie dei mercati emergenti, va chiarito che le spese eccessive non vanno affatto interpretate in chiave positiva come accaduto nelle economie sviluppate nel periodo 2003-2008, ma serviranno uno o due anni prima che economie come quella indiana e indonesiana riescano a riportarsi su una traiettoria più stabile e sostenibile.
"Al contempo non credo che saranno nella posizione migliore per aumentare la propria spesa domestica o riequilibrare l'economia in maniera significativa a seguito dell'abbandono del precedente modello di crescita trainato dalla esportazioni" conclude John Greenwood.

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