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La politica monetaria internazionale

di John Greenwood 18 Giugno 2013 20:00

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sa accadrà quando la massa monetaria che è stata messa in circolazione e che è rimasta bloccata all’interno del sistema bancario confluirà nel mercato?

"In primo luogo, è importante fare una distinzione tra la massa monetaria della banca centrale, generata attraverso le operazioni di QE, ossia denaro che viene utilizzato come riserva delle banche presso la banca centrale, e la massa monetaria che viene generata dalle banche commerciali attraverso i prestiti e la creazione di depositi, ed è questa che sostiene effettivamente l’economia.

Attualmente ciò non accade negli Stati Uniti, nel Regno Unito o nell’Eurozona, perché le persone sono impegnate nel risanamento dei propri bilanci, non intendono indebitarsi e le banche stesse sono avverse al rischio. Soltanto quando la volontà di investire e di spendere maggiormente si rinvigorirà, la massa monetaria depositata presso la banca centrale diventerà un rischio.

Tuttavia, a quel punto, prevedo che le banche centrali prenderanno provvedimenti per impedire alle banche commerciali di creare massa monetaria in eccesso troppo rapidamente. Ma non è un problema di oggi. Il problema odierno è il risanamento dei bilanci nel settore privato".

Quindi non ritiene che il problema dell’eccesso di massa monetaria improvvisamente riversato nel sistema possa effettivamente emergere nel lungo termine?

"No, perché il processo di risanamento dei bilanci è molto lento. In questa recente bolla in particolare, gran parte del debito era concentrata nel settore delle famiglie, non in quello delle imprese e le famiglie hanno bisogno di molto più tempo per risanare i propri bilanci, non possono aumentare il capitale ed è molto più difficile per loro vendere beni per generare la liquidità necessaria per rimborsare i debiti. Pertanto, il risanamento dei bilanci richiederà ancora molti anni e pertanto ritengo che non assisteremo a un’improvvisa abbondanza di liquidità".

Tenuto conto che il potenziale del QE è stato sostanzialmente sfruttato negli USA, Giappone ed Europa, quali misure di politica monetaria possono essere adottate in caso di nuove sorprese negative?

"Sostanzialmente verranno utilizzate le stesse in misura maggiore. La Bank of England e la Fed potrebbero fare di più e i governi potrebbero fare un passo indietro nei loro programmi di austerità e sostenere maggiormente l’economia. Il problema non è tanto quanto possono fare governi e banche centrali; il problema è valutare i progressi fatti a livello di risanamento dei bilanci nel settore privato. Le famiglie e gli istituti finanziari riusciranno a tornare a una posizione di sicurezza che consenta loro di assumere prestiti e tornare a spendere? Al momento, non ci siamo ancora negli USA, nel Regno Unito o nell’Eurozona".

Come si prefigura la riduzione del QE e quali saranno le ripercussioni?

"La risposta si articola in due parti. In primo luogo ci sono questioni puramente tecniche circa le modalità di riduzione del QE da parte della banca centrale. Le misure possibili sono quattro: si potrebbero alzare lentamente i tassi di interesse; si potrebbero effettuare operazioni di reverse repo, vale a dire ritirare temporaneamente il denaro dal mercato; si potrebbe aumentare il coefficiente di riserva, congelando sostanzialmente il denaro in eccesso e infine potrebbero lasciar ridurre, maturare, gli asset che hanno acquistato oppure potrebbero venderli sul mercato. Le opzioni a disposizione sono diverse.

Tuttavia, l’elemento più importante in assoluto è la politica di comunicazione che utilizzano. Siamo di fronte a una serie di contrapposizioni. Che cosa è accaduto a metà degli anni ’90 rispetto al biennio 2004/2005? Quando la Fed ha alzato i tassi di interesse, ha causato uno shock sui mercati. Ha sostanzialmente aumentato i tassi di interesse di 300 punti base in meno di due anni con ripercussioni decisamente negative su numerosi mercati.

Tuttavia, nel 2004 e nel 2005, quando ha effettuato lo stesso intervento alzando i tassi, ha innanzitutto comunicato in anticipo a numerosi mercati che non si sarebbero dovuti aspettare il mantenimento dei tassi a livelli bassi. Poi ha proceduto molto gradualmente: in effetti abbiamo assistito a due anni di incrementi pari allo 0,25% per l’intero periodo, quindi gli effetti sui mercati sono stati molto meno intensi.

È importante che sia adottato questo secondo tipo di programma di comunicazione in modo che la chiusura del QE risulti al contempo graduale e non provochi alcuno shock per i mercati".

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