Mercati emergenti, un anno da ricordare?

Secondo Craig Botham, Emerging markets economist di Schroders, ci sono vari segnali che farebbero presagire che per i mercati emergenti il 2019 potrebbe rivelarsi un anno migliore del precedente. Tuttavia il quadro resta confuso.

Ci sono diversi segnali in base ai quali si è diffusa la convinzione che il 2019 potrebbe essere un anno migliore rispetto al 2018 per gli asset dei mercati emergenti. Come spiega Craig Botham, Emerging markets economist di Schroders, “dato che l’indice azionario generale ha perso più del 14% nel 2018, che quasi nessuna delle valute emergenti ha generato ritorni positivi e che l’Emerging Markets Bond Index (EMBI) ha perso il 5,3%, il livello di partenza per quest’anno è molto più basso”. Nonostante ciò, se guardiamo ai driver macro il quadro è abbastanza confuso, sottolinea l’esperto.

UN DOLLARO PIU’ DEBOLE E’ UNA BUONA NOTIZIA

Tra le buone notizie c’è il fatto che gli osservatori si attendono un dollaro più debole nel 2019, con la fine del tightening della Fed e i deficit in aumento che dovrebbero pesare sul biglietto verde e supportare gli emergenti. Come sottolinea Botham, esiste infatti “una correlazione tra il dollaro e gli asset emergenti: un dollaro più debole porta a una sovraperformance dell’azionario emergente rispetto alle controparti sviluppate ed è associato a spread inferiori per il debito emergente in hard currency”. Non solo: secondo un recente studio di Schroders, il ruolo dominante del dollaro nel commercio globale amplifica il suo impatto sui flussi internazionali di beni e credito, e questo vale soprattutto per i mercati emergenti, che tendono a dipendere maggiormente dal dollaro. In sostanza, un dollaro più debole o meno costoso stimola il commercio e la crescita del credito, rendendoli più economici in termini di valuta locale per tutti i Paesi, eccetto per gli Usa.

IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA

Tuttavia, “sebbene credito emergente e commercio potrebbero riprendersi nel breve termine, tale meccanismo opera con un certo ritardo e ciò potrebbe agire da vento contrario per la crescita degli emergenti per gran parte del 2019, prima di cambiare direzione nel 2020”, fa notare Botham. Ciò implica che, per una data crescita del Pil globale, i volumi del commercio mondiale vedranno un aumento inferiore nel 2019 rispetto al 2018. La situazione non è catastrofica: il moltiplicatore commerciale dovrebbe mantenersi in linea con la media post-crisi e non collassare ai livelli del 2015.

Perché l’India continua a brillare tra i mercati emergenti 

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LE INDICAZIONI DEI FATTORI MACRO: IN ARRIVO UN PERIODO COMPLESSO

Per i mercati emergenti il commercio è importante, in quanto il volume degli scambi è un driver per la crescita del Pil reale e il valore commerciale influenza la crescita degli utili. Per questo motivo, sottolinea Botham, “è normale che gli investitori emergenti siano preoccupati riguardo alla guerra commerciale”. Tuttavia, anche in assenza di tale rischio, i nuovi ordini per le esportazioni a livello globale indicano una contrazione del commercio. I dati sull’export delle economie emergenti asiatiche, che solitamente anticipano lo sviluppo del ciclo, sono preoccupanti. Infine, il ritorno della deflazione dei prezzi delle commodity ricorda il 2014-15 e traccia un outlook in contrasto con le aspettative per gli utili degli emergenti. Anche se i prezzi delle commodity dovessero restare ai livelli attuali per il resto dell’anno, ciò implicherebbe una deflazione anno su anno per l’intero 2019, situazione che in passato è stata associata a una performance degli utili debole o negativa per gli emergenti.

LA RINASCITA DELLE MATERIE PRIME

In questo contesto, la rinascita delle commodity rappresenta un’opportunità al rialzo, anche se, come spiega l’esperto, “sembrerebbe che i mercati stiano guardando nuovamente alla Cina come fonte di cambiamenti”. Infatti, se Pechino avviasse un massiccio stimolo per credito e infrastrutture, come nel 2016 e nel 2009, allora i prezzi sarebbero spinti al rialzo dal principale consumatore di commodity al mondo e le preoccupazioni sulla deflazione svanirebbero. Purtroppo, sottolinea Botham, “non sembra che ciò stia avvenendo”.

TRADE WAR O TECH WAR

C’è poi da considerare la questione della guerra commerciale tra Pechino e Washington, con l’azionario emergente che ne avrebbe già mostrato gli effetti, dato che i mercati più esposti sono quelli che hanno registrato le performance peggiori. Secondo Botham “è possibile che si verifichi un’estensione della tregua dalla trade war e riteniamo che gli Stati Uniti, per punire la Cina, potrebbero perseguire una tech war piuttosto che ulteriori dazi, utilizzando il controllo sugli ordini delle esportazioni e le restrizioni sugli investimenti”. In questo modo gli Usa in tal modo danneggerebbero meno i propri consumatori. Se la tregua durerà o meno, spiega l’esperto, “dipenderà dalla volontà della Cina di permettere agli Stati Uniti di monitorare le implementazioni delle protezioni sulla proprietà intellettuale”.

NOTIZIE POSITIVE E RISCHI DA NON SOTTOVALUTARE

Riassumendo, “da un lato un dollaro più debole è una notizia positiva per gli asset emergenti, dall’altro la debolezza del commercio globale e in Cina non è da sottovalutare, soprattutto per l’azionario emergente”. Per Botham la debolezza del dollaro è associata a una sovraperformance relativa degli asset emergenti rispetto a quelli dei Paesi sviluppati e non implica necessariamente guadagni in termini assoluti. “La combinazione di questi due fattori suggerisce quindi di puntare sugli emergenti rispetto ai mercati sviluppati”.

William_Potter / iStock / Getty Images Plus


FinanciaLounge
20 Febbraio 2019
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