Stati Uniti: nessuna recessione in vista, ma meglio non abbassare la guardia

Bradley di Brandywine Global (Legg Mason) suggerisce di non sottovalutare il potere predittivo della curva dei rendimenti e di tenere d’occhio eventuali cambiamenti nei trend di altri indicatori.

Finora, la fase di espansione economica statunitense più lunga della storia è durata 10 anni ed è quella che ha coinciso con il boom tecnologico degli anni ’90. L’attuale ripresa economica dopo la grande crisi post crac Lehman Brothers, è invece partita dal giugno 2009 e potrebbe eguagliare e superare i 10 anni. Infatti in base all’analisi di alcuni degli indicatori di recessione più attendibili, la probabilità che per gran parte dell’anno prossimo non si materializzi una nuova recessione USA è abbastanza elevata sebbene i segnali non siano univoci.

LA PIÙ LUNGA ESPANSIONE DELLA STORIA AMERICANA

“Alla luce di questi fattori, è probabile che l’attuale espansione si rivelerà la più lunga nella storia americana. Tuttavia un elemento di preoccupazione c’è, ed è rappresentato dall’appiattirsi della curva dei rendimenti a mano mano che il tasso sui Fed funds viene alzato” commenta Patrick Bradley, Senior Vice President di Brandywine Global (Legg Mason). L’esperto, suggerisce pertanto agli investitori di tenere nella dovuta considerazione il potere predittivo della curva dei rendimenti e, al contempo, di osservare con estrema cura tutti gli eventuali cambiamenti nei trend di altri indicatori, come un’inversione degli indici anticipatori, una caduta dei corsi azionari o un aumento dello stress finanziario.

LE FONTI DI PERICOLO IN AGGUATO

Il tutto senza trascurare il fatto che sono già presenti una serie di fonti di pericolo capaci di esercitare un crescente impatto negativo sull’economia Usa, a cominciare da eventuali errori di politica monetaria da parte della Federal Reserve e dalla escalation della guerra commerciale tra Washington e Pechino. Escludendo questi ultimi fattori in grado di far deragliare la ripresa statunitense e globale, vale la pena ripercorrere l’analisi che Patrick Bradley ha condotto sugli indici anticipatori di una recessione e il contesto monetario: quest’ultimo, in particolare, può costituire una temibile fonte di preoccupazione.

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CONTESTO MONETARIO

“Nella nostra analisi, per contesto monetario intendiamo la curva dei rendimenti, il rialzo dei tassi di interesse, la riduzione del bilancio della Fed, i corsi azionari e lo stress finanziario” spiega Patrick Bradley, che poi reputa i primi tre fattori quelli potenzialmente più preoccupanti. Al contrario, per l’esperto la tonicità di Wall Street viaggia in parallelo con un’economia in crescita mentre, almeno per il momento, non sembrerebbe costituire un problema lo stress finanziario. Entrando nei particolari sui primi tre fattori di pericolo, è evidente che la curva dei rendimenti sta mostrando un tendenza ad appiattirsi.

INVERSIONE DELLA CURVA DEI TASSI USA

L’attenzione degli operatori è rivolta, in particolare, al differenziale tra il rendimento del Treasury a 2 anni e quello decennale. In passato, infatti, nel momento in cui la curva si è invertita, a distanza di circa 12 mesi si è materializzata una recessione. “Supponendo che la Fed alzi i tassi anche nella prossima riunione, è probabile che la curva dei rendimenti si inverta verso la fine del 2018. L’inversione attirerebbe di certo l’attenzione dei mercati, perché la curva dei rendimenti ha già provato in più occasioni di saper prevedere le recessioni USA” puntualizza Patrick Bradley. Inoltre la Federal Reserve non è soltanto intenta a proseguire il programma di normalizzazione dei tassi ma sta pure riducendo il suo bilancio dopo anni di politiche monetarie accomodanti.

IL CARBURANTE DELLA LIQUIDITÀ

Si tratta di un aspetto di rilievo perché tale contrazione incide negativamente sulle riserve in eccesso nel sistema bancario e, a cascata, determina una riduzione della concessione di credito da parte del sistema bancario di concedere credito. Insomma, il carburante di liquidità dell’economia sta diminuendo. Per quanto riguarda invece il mercato azionario (nello specifico l’indice S&P500) non sembra ancora mostrare segnali di picco massimo.

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NESSUN SEGNALE DI STRESS PER IL SISTEMA FINANZIARIO

Certo, a mano a mano che le quotazioni salgono, i titoli azionari tendono a diventare sempre meno convenienti ma il fatto che siano cari non costituisce un elemento predittivo chiaro di una prossima recessione. D’altra parte se, come tutto lascia pensare, l’economia continuerà il suo ciclo di espansione, è probabile che ci sia spazio per un ulteriore rialzo dei prezzi delle azioni. In quest’ottica Patrick Bradley conclude la propria analisi ponendosi un’ultima domanda: ci sono segnali che il sistema finanziario sia sottoposto ad uno stress crescente? “L’indice della Fed di Kansas City sullo stress finanziario – che include 11 variabili calcolate mensilmente – ci dice di no” risponde l’esperto.

**  Il presente articolo è stato redatto da FinanciaLounge. Una parte di contenuti e dati gentilmente concessi da Legg Mason

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11 ottobre 2018
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