Mercati finanziari positivi, ma nel 2020 c’è un rischio che cresce negli Usa

di Redazione

I mercati si preparano a chiudere un 2019 da incorniciare, con guerra dei dazi e rallentamento globale finiti sullo sfondo. Ma il 2020 negli Stati Uniti potrebbe nascondere una nuova insidia

Venerdì 6 esce un dato orribile sulla produzione industriale tedesca, -5,3% sull’anno a ottobre, il peggiore dal 2009. Il giorno prima, in piena tempesta mediatica sul fondo salva-stati il presidente della commissione Bilancio della Camera dei deputati italiana Claudio Borghi (Lega) aveva dichiarato che l’uscita dall’euro non poteva essere un tabù. Qualche mese prima l’effetto sarebbe stato un tonfo del DAX e un balzo dello spread BTP-Bund in area 300 punti. Invece il mercato ha semplicemente fatto spallucce per poi riprendere la marcia al rialzo del rally di fine anno sull’onda di un dato stellare sull’occupazione americana: 266.000 nuovi posti creati a novembre, ben oltre le attese, e disoccupati da cercare col lanternino. Il sentiment è al comando, il mercato sembra aver deciso che il 2019 deve essere un anno da incorniciare per le azioni, ma anche per altre asset class, e vede solo il bicchiere mezzo pieno. Sullo sfondo una guerra dei dazi che sta diventando la nuova normalità, un’economia globale che forse ha toccato il punto più basso del rallentamento e la campagna elettorale americana che si prepara a partire con le affollate primarie democratiche.

IL NUOVO FATTORE DESTABILIZZANTE IN CIMA ALLA LISTA DEI RISCHI

Riuscirà il ‘momentum’ positivo a scavallare l’anno e segnare anche la partenza del 2020? L’anno scorso è andata esattamente al contrario, con un finale d’anno nel segno del panico e dello sconforto per il timore che la Fed accompagnasse l’economia americana in recessione con rialzi dei tassi troppo aggressivi, poi svaniti grazie alla conversione da falco a colomba di Jay Powell tra Natale e Capodanno. Visto che il mercato sembra essersi assuefatto ai rischi che hanno tenuto banco negli ultimi tre anni – dalla Brexit al rallentamento cinese, alla guerra dei dazi, fino agli screzi più o meno violenti tra Italia e Unione Europea – in questo finale d’anno economisti e investitori si sforzano di allungare lo sguardo per scrutare temi freschi a cui dedicare analisi e preoccupazioni. Negli ultimi tempi in cima alla lista è comparsa l’ineguaglianza economica e sociale, che secondo alcuni potrebbe diventare un fattore destabilizzante.

I GRANDI DELLA FINANZA SONO PREOCCUPATI DELLA CRESCENTE DISEGUAGLIAZA IN USA

Torsten Slok, Chief Economist di Deutsche Bank Securities, mette il ‘continuo aumento dell’ineguaglianza patrimoniale, di reddito e sanitaria in cima alla lista dei rischi per i mercati nel 2020. Seguono guerra dei dazi, rallentamento globale e presidenziali americane. La Brexit precipita al 20mo posto, addirittura dopo il rischio di un collasso dei prezzi immobiliari in Australia, Canada e Svezia. Ma Slok non è il solo. Ray Dalio, fondatore e capo di Bridgewater, il più grande hedge fund del mondo, e Paul Tudor Jones, altra icona degli hedge, la pensano più o meno come lui, e avvertono che se non si riesce a risolvere il problema dell’ineguaglianza crescente qualche disastro potrebbe investire i mercati. E opinioni simili sono state espresse dal grande capo di J.P.Morgan, la banca numero uno del mondo, Jamie Dimon. Perché i grandi della finanza sono così preoccupati dell’ineguaglianza crescente?

LA PERCEZIONE AUMENTATA SPINGE A PROPORRE MISURE RISCHIOSE

La risposta è nel calendario elettorale americano, che il 3 novembre 2020 ha cerchiato in rosso l’evento che probabilmente segnerà il mood dei mercati l’anno prossimo, l’elezione del presidente. Negli ultimi tempi, la percezione di una crescente diseguaglianza economica in America è aumentata vertiginosamente, come mostra la chart qui sotto.

Preoccupazione degli americani per la diseguaglianza economica
Preoccupazione degli americani per la diseguaglianza economica

Per questo il contrasto alla diseguaglianza sarà il cavallo di battaglia dei democratici, un tema sicuramente popolare, che spingerà, anzi sta già spingendo i principali candidati che vogliono correre contro Trump a proporre programmi sempre più radicali e sempre più, a giudizio di molti, economicamente e finanziariamente insostenibili, fatti di tassazione feroce di utili e redditi alti, di spesa pubblica finanziata in deficit e di estensione della presenza pubblica in aree chiave come la sanità e l’istruzione.

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Sono misure che potrebbero spaventare l’elettore moderato, ma anche forse allertare una parte di middle class che ha beneficiato meno, che in passato, del lunghissimo ciclo di espansione economica e di mercato iniziati nella prima metà del 2009. E poi ci sono i Millenial, che in milioni andranno a votare per la prima volta, e sui quali, potrebbero far presa miraggi di benessere garantito dallo Stato. Forse ci aspetta un 2020 in due tempi, con la prima metà che vedrà i candidati democratici rincorrere l’elettorato liberal alle primarie con promesse difficili da mantenere, e la seconda con il vincitore che, magari, va alla sfida con Trump con una piattaforma riportata coi piedi per terra.

BOTTOM LINE

Forse è arrivato il momento di distrarsi dalla guerra dei dazi e dal confronto-scontro tra USA e Cina, che sembra diventato un fattore strutturale con cui dovremo convivere per anni, e concentrarci sull’umore degli elettori americani, preparandoci a qualche nervosismo di Wall Street soprattutto tra gennaio e giugno. Nel grande paese oltre Atlantico il futuro arriva sempre un po’ prima che nel resto del mondo, e finora non ha quasi mai deluso.

Flickr / White House


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9 Dicembre 2019
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