Idee di investimento – Obbligazioni – 7 gennaio 2019

La voglia di reddito (e di cedole) delle famiglie rischia di bruciare capitale. Dopo un pessimo 2018 si potrebbero delineare interessanti opportunità anche nel debito emergente grazie ai fattori ESG

LA CEDOLA GIUSTA

Le famiglie italiane hanno una tradizione storica di risparmio e prediligono gli investimenti prudenti. Non a caso, la maggior parte degli attivi è impiegato in conti correnti, titoli di stato e risparmio postale. Molto spesso la preferenza va a prodotti che distribuiscono una cedola periodica (annuale, semestrale, trimestrale o mensile) per integrare il reddito o la pensione. Non c’è nulla di male in questo ma è bene sapere che se l’opzione della cedola non è strettamente necessaria si rischia di bruciare troppo capitale negli anni.
Nell’articolo Investimenti, la voglia di reddito (e di cedole) può bruciare capitale si fa un esempio pratico per spiegare il concetto. Si ipotizza di essere nell’ottobre del 1985 e di disporre di un capitale di 46.600 euro (l’equivalente di 100 mila euro di oggi in termini di potere d’acquisto). Si sceglie un buon fondo bilanciato dal quale si ricava un reddito annuale del 6,6% del capitale, aggiornato al tasso di inflazione Istat ogni anno nel mese di dicembre: il primo anno incassiamo 2.330 euro (pari al 6,6% di 46.600 euro) vendendo quote del fondo e così via per 33 anni. Nell’ottobre 2018 si sarebbero incassate cedole per un totale di 150.330 euro mentre il valore delle quote residue ammonterebbe a 47.127 euro. In pratica, dopo 33 anni, riavremmo lo stesso capitale nominale di quello iniziale avendo incassato 150.330 euro, pari a 4.555 euro medi all’anno. Mantenendo il capitale iniziale investito ininterrottamente per 33 anni nel fondo bilanciato senza incassare mai una sola cedola, il valore delle quote sarebbe lievitato a 407.840 euro, cioè quattro volte il potere d’acquisto del capitale iniziale. Come si può constatare quando si decide il reddito che si vuole ricavare dal proprio risparmio è bene calcolare opportunamente la percentuale che effettivamente servirà altrimenti si rischia di bruciare troppo capitale, anno dopo anno.

PERCHE’ LA FED VUOLE ANCORA ALZARE I TASSI

Chiarito questo concetto, occorre fare i conti con un contesto di mercato che sarà ancora sfidante per il mercato obbligazionario dal momento che la Fed resta incline a nuovi rialzi dei tassi nel 2019. Come argomentato nell’articolo Tre motivi per cui la Fed vuole continuare ad aumentare i tassi di interesse sono tre le ragioni alla base di questa volontà della banca centrale statunitense. In primis il fatto che l’attuale livello del tasso di interesse reale (corretto per l’inflazione) è molto basso. Un tasso di interesse reale molto basso può causare una serie di problemi gravi. Le imprese, per esempio, sono inclini ad assumere un debito eccessivo. Le banche e gli altri istituti di credito per garantirsi margini accettabili tendono a concedere prestiti a mutuatari di bassa qualità, peraltro imponendo meno condizioni sui prestiti. Gli investitori di portafoglio sono incentivati ad investire nel mercato azionario (allontanati dai bassi rendimenti reali del mercato obbligazionario) e possono far salire il prezzo delle azioni a livelli insostenibili. I governi sono meno rigorosi nella gestione dei deficit di bilancio in quanto il costo degli interessi per il servizio del debito risultante è relativamente contenuto. In secondo luogo la necessità da parte della Fed di disporre di un livello più alto di tassi per poterli poi ridurre durante la successiva crisi economica, quando dovrà stimolare la domanda. In terzo luogo la lontananza dei tassi dal cosiddetto livello ‘neutrale’, cioè quella soglia che non aumenta né deprime la domanda complessiva.

SCENARIO CON OPPORTUNITA’

“Nel momento in cui la banca centrale USA raggiungerà la neutralità, preferirà verificare l’impatto degli 11 aumenti dei tassi” puntualizza però nell’articolo Mercato obbligazionario, tenersi pronti per il possibile anno del riscatto Mark Holman, CEO di TwentyFour Asset Management (gruppo Vontobel). L’esperto reputa possibile un aumento dei tassi dei titoli di stato (Treasury) USA a 10 anni oltre il 3% nel primo trimestre per poi osservare una discesa intorno al 2,50% nel momento in cui la Fed interromperà gli aumenti dei tassi e la paura comincerà ad avere effetto sui mercati. Uno scenario che farà pressione anche sugli spread (extra rendimenti rispetto ai governativi) del mercato obbligazionario societario statunitense la cui volatilità è quindi destinata a crescere. “A seconda dei dati macro, questo periodo potrebbe rivelarsi come la migliore opportunità sui mercati obbligazionari per l’intero periodo 2018/2019” sostiene Mark Holman. L’esperto, convinto che dopo la recente severa correzione le valutazioni dell’obbligazionario si presentino attraenti all’inizio del 2019, non esclude un rimbalzo nei primi mesi dell’anno se i fondamenti dell’economia non deluderanno. Sarà una fase nella quale occorrerà combinare la giusta dose di opportunismo (per approfittare del rimbalzo dei prezzi) e di prudenza (per riposizionare il portafoglio) in attesa della possibile pausa nel cammino dei rialzi da parte della Fed.

DEBITO EMERGENTE, IL PLUS DEI FATTORI ESG

Nel frattempo ci si continua a chiedere quanto conti la sostenibilità nelle scelte di investimento. I fattori Esg – ambientali, sociali e di governance – rappresentano indicatori importanti per gli investitori che puntano sui bond sovrani dei Paesi emergenti. Tuttavia, l’approccio più corretto per valutare questi fattori ai fini della costruzione dei portafogli passa dalla loro integrazione in un contesto più ampio, che tenga conto anche delle altre caratteristiche della struttura economica dei Paesi in questione. È questo il senso dell’analisi di Mary-Therese Barton, head of Emerging Market Debt di Pictet Asset Management. “In Pictet Asset Management utilizziamo una miriade di dati Esg, provenienti da fonti sia esterne che interne, che sono poi aggregati in un punteggio per Paese” rivela nell’articolo Sostenibilità, i gestori possono dare una spinta agli emergenti l’esperta che poi aggiunge “I fattori ambientali che monitoriamo comprendono la qualità dell’aria, l’esposizione al cambiamento climatico, la deforestazione e la scarsità d’acqua. Le dimensioni sociali comprendono istruzione, salute, aspettativa di vita, ricerca scientifica. E la governance riguarda elementi come corruzione, processo elettorale, stabilità di governo, indipendenza di giudizio e diritto alla riservatezza. Tutto insieme questo punteggio complessivo compone uno dei sei pilastri dell’indice di rischio di un Paese (CRI), prodotto dal nostro team di economisti”.

phanthit / iStock / Getty Images Plus


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7 Gennaio 2019
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