Idee di investimento – Obbligazioni – 8 aprile 2019

di Redazione

E’ l’esigenza di competenza che spinge molti risparmiatori ex fai da te ad affidarsi alla consulenza professionale. Nel frattempo affiorano opportunità sul debito emergente e sul possibile indebolimento del dollaro

COMPETENZA IN PRIMO PIANO

I risultati della ricerca curata dall’Istituto Demia per conto di Assogestioni e presentata durante il Salone del Risparmio confermano che i consulenti guidano le scelte degli italiani in materia di risparmio, ma il livello di competenza rimane fondamentale. Come affiora nell’articolo Risparmio, 5 italiani su 100 optano per la gestione “fai da te”, la competenza risulta tra le principali leve potenziali per riavvicinare alla consulenza i risparmiatori fai da te: il 42% dichiara che potrebbe riconsiderarla qualora si rendesse conto di non essere abbastanza esperto, o se dovesse scegliere di investire in mercati sconosciuti (37%). A seguire vengono indicate la mancanza di tempo per dedicarsi al fai da te (25%), la necessità di pianificare nel medio-lungo periodo con gli strumenti più adatti (23%), le eventuali minusvalenze registrate (22%). Dalla prospettiva opposta, i consulenti bancari e finanziari, interrogati sulla fotografia emersa dalla ricerca, confermano per il 64%, che un risparmiatore fai da te potrebbe decidere di affidarsi ad un consulente perché si rende conto di non essere abbastanza competente e aggiornato per continuare da solo, e per il 46% per poter pianificare nel medio-lungo periodo con gli strumenti più adatti. Secondo il 45% dei consulenti, inoltre, il risparmiatore “fai da te” ricontatta il professionista dopo aver subito delle perdite e per il 34% per scegliere prodotti o investire in mercati che non conosce.

TASSI BASSI ANCORA PER UN LUNGO PERIODO

L’esigenza di competenza è ancora più sentita nell’attuale contesto che ritrova tassi di interesse sui minimi storici e, in diversi casi, addirittura negativi. La recente asta dei Bund decennali, con i governativi tedeschi assegnati con tassi d’interesse negativi è solo l’ultimo degli episodi che certifica il regime di tassi bassi per lungo tempo che caratterizza soprattutto, ma non solo, l’Europa. Un contesto che, come spiega nell’articolo Le tre “D” che tengono bassi i tassi d’interesse Mondher Bettaieb, head of corporate bonds di Vontobel Asset Management, continuerà a vedere, almeno nel caso dell’Europa, la quasi totale mancanza di inflazione e un contestuale calmieramento dei tassi d’interesse. I prezzi al consumo mostreranno una stabilità in funzione del fatto che le aziende non riescono più ad imporre il loro potere di determinazione dei prezzi come conseguenza della ridotta capacità di spesa di lungo periodo dei consumatori. “L’annuncio nell’ultimo meeting della Bce da parte di Draghi della terza operazione di Tltro (Targeted Longer-Term Refinancing Operations, i programmi relativi alle operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine) ha proprio lo scopo di garantire finanziamenti a basso costo alle economie europee in modo da stimolare i consumatori”, puntualizza Bettaieb. Il quale, in parallelo a questa considerazione, segnala anche un altro fenomeno strutturale, altrettanto importante per spiegare l’attuale regime di tassi d’interesse bassi e persistenti. E’ quello che lui definisce l’effetto delle “tre D”, ovvero la presenza in contemporanea di tre tendenze che, strettamente collegate tra loro, ingabbiano i tassi d’interesse a restare bassi: deleveraging, demografia e digitalizzazione.

FONDAMENTALI A FAVORE DEL DEBITO EMERGENTE

Dove è possibile trovare ancora un reddito accettabile? Un’idea di investimento in questo senso la offre il debito emergente, che nel 2018 ha registrato pessime performance sulla scia di un rafforzamento del dollaro Usa ma che ora respira prospettive migliori. A questo proposito, Paul McNamara, direttore degli investimenti per le strategie Local Bond Emerging Markets di Gam Investments, nell’articolo Debito paesi emergenti, perché il recupero può continuare illustra le ragioni in base alle quali reputa confortanti i dati della bilancia commerciale nei mercati emergenti con la sola eccezione della Cina. “Da notare che sono state le economie emergenti non asiatiche a trainare la recente ripresa, in virtù della loro minore vulnerabilità all’aumento del prezzo del petrolio. Ma ora che le quotazioni del greggio sono scese e si sono stabilizzate dovrebbero trarne beneficio soprattutto le bilance commerciali in Asia, soprattutto se la Cina recupera”, puntualizza McNamara. Per l’esperto, inoltre, a parte Argentina e Turchia (che per la loro vulnerabilità agli scambi con l’estero hanno subito perdite rispettivamente del 40% e del 30%), non sembrano esserci situazioni altrettanto problematiche in altri singoli Paesi emergenti, neppure nei casi dove affiorano diverse criticità come la Romania e l’India.

EMERGENTI E CRESCITA SOSTENIBILE

Ma i Paesi emergenti, di cui la Cina è una rappresentante anche se piuttosto unico, possono fare qualcosa per migliorare la sostenibilità dell’economia globale? “Finora abbiamo assistito a un dibattito che vede i Paesi avanzati, che in passato hanno depauperato il pianeta consumando risorse, bacchettare gli emergenti che invece hanno cominciato da poco a sfruttare le risorse in modo intensivo, ma se c’è un Paese che può fare qualcosa nella lotta all’inquinamento e al cambiamento climatico è la Cina, sia per capacità di investimento che per le caratteristiche dirigiste della sua economia”, ha spiegato Sarah Varetto, direttore di SkyTg24, nella conferenza organizzata a Salone del Risparmio da Invesco. Una conferenza che ha visto sul palco Kristina Hooper, global market strategist di Invesco, e la moderazione di Giuliano D’Acunti, responsabile commerciale per l’Italia della società, e che, come argomentato nell’articolo I motori della crescita sostenibile secondo Invesco, ha permesso di affrontare diversi aspetti relativi alla sostenibilità.

COME INVESTIRE SUL RIBASSO DEL DOLLARO

Intanto il dollaro si è apprezzato di altri due punti percentuali sull’euro da inizio anno portando il guadagno degli ultimi 12 mesi al +9,5%. Tuttavia, con la Fed che ha congelato i tassi le prospettive cambiano e la valuta di Washington potrebbe costituire una buona idea di investimento, ma non per puntare su un ulteriore rialzo, quanto piuttosto ad un suo indebolimento. Nell’articolo Dollaro, sei cause di possibile indebolimento e i modi per trarne profitto vengono illustrate nel dettaglio tutte le ragioni che potrebbero indebolire nei prossimi mesi il biglietto verde, ma se il dollaro è destinato a scendere come approfittarne? Un modo diretto è quello di puntare su Etf quotati sul listino di Borsa italiana che permettono di guadagnare su un ribasso del biglietto verde rispetto alle principali monete: euro, sterlina, franco svizzero, yen giapponese, le valute canadese e australiana, corona norvegese e corona svedese. Una seconda opzione riguarda i metalli preziosi che tendono a salire quando la divisa americana si indebolisce. Oltretutto, come specificato nell’articolo Perché adesso l’argento ha più potenziale dell’oro, il metallo giallo e soprattutto l’argento hanno valutazioni molto sacrificate e possono svolgere una funzione di ‘polizza’ contro le turbolenze dei mercati. Anche i prezzi delle commodity e dei mercati emergenti potrebbero beneficiare di una spinta dalla debolezza della divisa americana.

Alina Kulbasnaia / iStock / Getty Images Plus


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