Idee di investimento – Azioni – 5 agosto 2019

di Redazione

Per chi ha aspettative di stabilità o di moderato ribasso degli indici di Borsa, i certificates offrono soluzioni interessanti. Così come i grandi marchi e i titoli del lusso che si adeguano ai gusti del nuovo consumatore

PER CHI HA ASPETTATIVE DI STABILITÀ O DI MODERATO RIBASSO

Un investitore che, avente orizzonte temporale di breve-medio periodo, un discreto livello di conoscenza ed esperienza in materia di strumenti finanziari sofisticati e una certa propensione al rischio, ha in questo momento aspettative di stabilità o di moderato ribasso del valore dell’attività finanziaria sottostante può trovare di un certo interesse i Cash Collect Certificate. Si tratta di strumenti d’investimento quotati che consentono di investire su un’attività finanziaria sottostante (un indice azionario, un settore di Borsa, un singolo titolo, una materia prima, una valuta o un tasso di interesse) con la caratteristica distintiva di distribuire nel corso della propria durata cedole fisse incondizionate, cioè indipendenti dall’andamento dell’attività sottostante, e dei premi condizionati, cioè subordinati al verificarsi di alcune condizioni specifiche. Alla scadenza il certificate prevede due possibilità in funzione del cosiddetto ‘livello di barriera’, che costituisce il valore o prezzo del sottostante sotto il quale l’investitore perde la protezione del capitale. Nel primo caso, ovvero se l’attività sottostante avrà a scadenza un valore superiore o uguale al livello di barriera il certificate pagherà il valore iniziale maggiorato di un premio fisso prestabilito mentre se il sottostante avrà un valore inferiore al livello di barriera, al sottoscrittore verrà rimborsato un importo commisurato alla performance del sottostante: la perdita dell’investitore sarà comunque inferiore a quella che avrebbe accusato investendo direttamente nell’attività sottostante grazie ai premi incondizionati incassati. Nell’articolo Combinare cedole fisse e coupon condizionati con i certificates è possibile leggere un esempio pratico di funzionamento.

EUROPA, MENO CEDOLE PIÙ BUYBACK

A proposito di cedole, da uno studio di Morgan Stanley emerge che le società europee hanno speso negli ultimi 12 mesi una somma record in buyback (riacquisti di azioni proprie) che ha fruttato performance superiori a quelle delle aziende ad alto dividendo
Come illustrato nell’articolo Azioni Europa, meglio i buyback dei dividendi generosi Morgan Stanley ha calcolato che le compagnie europee quotate in Borsa hanno speso circa 100 miliardi di dollari per i buyback, registrando anche il tasso di crescita più alto di sempre. I riacquisti ora rappresentano il 20% di tutti i rendimenti in tasca agli azionisti, e questo è un altro record assoluto. Se si sommano i dividendi e i buyback, il rendimento complessivo per gli azionisti si attesta al 4,5% per l’Europa e al 6,5% per il Regno Unito: quest’ultima percentuale rappresenta un massimo negli ultimi 30 anni. Ma l’aspetto di maggiore risalto dell’analisi di Morgan Stanley è l’evidenza che i buyback sono riusciti a sprigionare una migliore sovraperformance delle quotazioni in Europa rispetto a Wall Street. In particolare, segnalano gli analisti di Morgan Stanley, il “fattore di rendimento netto derivante dai buyback” è risultato un driver di performance robusto e costante negli ultimi 20 anni e si colloca al di sopra di tutti gli altri fattori di rendimento presi in considerazione quando si mettono in relazione all’indice di Sharpe a 5 anni. È probabile che molte società europee abbiano la capacità di aumentare i buyback mantenendo l’attuale distribuzione dei dividendi. Tuttavia, concludono gli analisti di Morgan Stanley, anche le compagnie con rendimenti da dividendi molto elevati potrebbero considerare di ridurre le cedole e restituire la liquidità agli azionisti tramite i buyback.

I BRAND DEL LUSSO OFFRONO ESPERIENZE

Intanto, il modo in cui si concepisce il lusso sta cambiando: tradizionalmente il concetto di lusso si fonda infatti sul prodotto e sui prezzi premium, con investimenti in marketing e nell’innovazione per rafforzare il potere del prezzo e le barriere all’ingresso. Questo modello è sempre valido e lo dimostrano le performance di grandi brand come Louis Vuitton, Gucci e Cartier.Tuttavia, l’epoca in cui viviamo adesso è caratterizzata da modelli differenti. “I beni di lusso classici sono disponibili per chiunque alla portata di un’app, e il cachet dei proprietari di beni di lusso è diminuito, mentre i modelli di noleggio/rivendita per l’abbigliamento e gli accessori in circolazione sono cresciuti in modo significativo”, spiega nell’articolo Dal prodotto all’esperienza: metamorfosi del lusso Swetha Ramachandran investment manager luxury stocks di GAM Investments. Tra le società che puntano a intercettare l’interesse di questi consumatori troviamo quelle dei settori salute e benessere (Lululemon, Fitbit, Allergan – produttore di Botox), viaggi di lusso (Vail Resorts, Samsonite), arte/artigianato unico (Etsy, Sotheby’s), vini pregiati e liquori (Moet Hennessy, Remy Cointreau) e tecnologia di consumo di fascia alta (Sonos, Apple). Realtà come Lululemon e Sweaty Betty, specializzate nell’abbigliamento sportivo di lusso, hanno puntato ad esempio sull’offerta di lezioni di yoga e allenamenti in negozio. Tra le grandi società, LVMH ha mostrato interesse al tema del lusso esperienziale, con la recente acquisizione dell’operatore alberghiero di lusso Belmond.

IL CONTRATTACCO DEI GRANDI MARCHI

Anche il lusso e, più in generale, il settore dei beni di consumo primari stanno facendo i conti con gli impatti della rivoluzione digitale. Un settore che è passato da tassi di crescita tra il 4% e il 6% a incrementi compresi tra l’1% e il 3%. Molte aziende proprietarie di marchi di successo globale, apparentemente inattaccabili, sono state costrette a fare i conti con le nuove sfide dell’era digitale senza avere piena contezza di come affrontarle. Di conseguenza, molti marchi storici hanno cominciato a perdere terreno. Ma è ancora presto per parlare della “fine dei grandi marchi”. La pensano così gli esperti dell’International Equity Team di Morgan Stanley Investment Management, che, nell’articolo La “fine dei grandi marchi” può attendere costruiscono il discorso partendo dalle sfide per la “sostenibilità del successo dei beni di consumo primari”: l’e-commerce e i social media. Secondo William Lock, Head of International Equity Team, Bruno Paulson, Managing Director, e Dirk Hoffmann-Becking, Executive Director, “dimensione e competenze permettono ai grandi marchi di prosperare e il fatturato sta nuovamente prendendo quota”. La domanda che si pongono gli esperti dell’International Equity Team di Morgan Stanley Investment è: come stabilire chi sta lavorando correttamente nello sviluppo di competenze in campo digitale? La cosa certa è che chi ha investito nel cambiamento – assumendo un numero elevato di esperti del mondo digitale, facendo formazione e dotandosi di nuovi strumenti – si trova in vantaggio.

oatintro / iStock / Getty Images Plus


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5 Agosto 2019
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