Spread a 120? Non è impossibile con Gentiloni commissario

di Redazione

La nomina di Gentiloni agli Affari economici farà bene all’Italia e secondo alcuni analisti lo spread potrà arrivare a quota 120 punti base, ma non bisognerà tirare troppo la corda con i Paesi nordici

La nomina, tanto attesa, alla fine è arrivata. Per la prima volta l’Italia avrà un commissario agli Affari economici nella figura di Paolo Gentiloni, già ministro degli Esteri con Matteo Renzi a cui è successo come presidente del Consiglio. L’italiano va a sostituire l’arcigno Pierre Moscovici che nel suo ruolo, oltre a bacchettare spesso il nostro Paese per via dei conti pubblici, aveva invece difeso la sua Francia nonostante sotto la presidenza di Hollande e anche quella di Macron l’economia d’Oltralpe sia notevolmente peggiorata.
Potrà fare lo stesso anche Gentiloni? Sarà indulgente anche con l’Italia? Insomma, potrebbe essere una nomina in grado di portare un po’ di ossigeno anche per i nostri conti pubblici e soprattutto per lo spread, che intanto è tornato ai livelli (150 punti base) che lo stesso premier aveva lasciato al termine del suo governo nel marzo del 2018.

CON QUESTO GOVERNO DEFCIT AUMENTERÀ, MA SERVE PIÙ CRESCITA

“Questo è un governo destinato a far crescere il deficit – spiega l’economista Francesco Daveri della Bocconi – ciò è abbastanza normale in periodi di rallentamento economico ma quel che conta è spendere bene questo deficit aggiuntivo sapendo giocare la carta della flessibilità con Bruxelles, fino ad ora l’esecutivo giallorosso ha guadagnato 60 punti di spread, il differenziale scenderà ulteriormente solo di fronte a misure in grado di invertire la tendenza della bassa crescita”. Insomma Gentiloni potrebbe essere un jolly ma se l’economia dell’Italia non ripartisse sarebbero proprio i mercati che potrebbero rimettere nel mirino il nostro Paese.

ATTENZIONE A NON FAR IRRITARE I PAESI DEL NORD EUROPA

“La nomina è senz’altro una buona notizia – ci spiega Emanuele Canegrati, senior analyst di BpPrime – anche se la modifica del patto di stabilità a cui guarda Gentiloni, puntando più sulla crescita e meno sulle politiche di austerità, potrebbe essere un punto di rottura con i Paesi del Nord Europa. Insomma, il socialista Gentiloni deve stare attento nel suo ruolo a non scatenare i mugugni, già forti. Basti pensare alla presa di posizione austriaca, di quel ‘fronte del no’ che non vuole concedere ulteriori benefici all’Italia”. E tutto questo potrebbe influire anche sull’andamento dello spread? “Certamente nel medio-lungo periodo queste tensioni potrebbero essere più manifeste – continua l’analista – anche perché il rallentamento del vincolo di bilancio vorrebbe dire più deficit e quindi più debito”. Tradotto: si potrà far crescere il deficit fin quando i mercati lo consentiranno, cioè fino a quando lo spread non ricomincerà ad aumentare e quindi bisognerà offrire un rendimento più elevato per incentivare l’acquisto dei nostri titoli pubblici.

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GENTILONI NON SARÀ MOSCOVICI

“Una nomina attesa, anche per bilanciare in Europa l’uscita di scena di Mario Draghi che era l’unica presenza italiana di peso nello scacchiere finanziario – commenta Vincenzo Longo, market analyst di Ig Group – adesso ci si aspetta maggiore flessibilità da Gentiloni che ben aveva governato durante il suo esecutivo. È una figura distensiva, rappresenta una totale apertura all’Europa ed è stata fatta perché il governo europeo abbia un giusto mix tra rigore in termini di conti pubblici e quella flessibilità fiscale che l’Italia richiede da molti anni. Va bene di certo per l’Italia, non sarà Moscovici ma in questo momento in cui tutti i Paesi fanno fatica a livello economico, con la Germania a rischio recessione, quella di Gentiloni è una figura di garante che può portare al bene di tutti gli stati membri”.

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LA SCOMMESSA ADESSO È LO SPREAD A 120 PUNTI

Altra partita è quello dello spread, avverte Longo. I conti sono alla portata di tutti. Nel 2019, nei primi sei mesi dell’anno il costo del differenziale con i bund ci è costato 3 miliardi. Nella seconda parte dell’anno se lo spread si mantenesse a 150 punti base, lo Stato pagherebbe solo lo 0,67% del fabbisogno con 1,4 miliardi, invece dei 3 miliardi appena spesi, con un risparmio di 2,5 miliardi di euro. “Credo che margini di miglioramento ci potrebbero ancora essere – annota il market analyst di Ig Group – scendere a 120 punti base non è poi così utopistico e una mano potrebbe arrivare proprio dal neo commissario agli Affari economici europei”.

Flickr / Palazzo Chigi


FinanciaLounge
11 Settembre 2019
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