ETP, cosa c’è all’orizzonte dopo i record dei 4.000 miliardi di dollari

Dopo il record dei 4 mila miliardi di asset, l’industria degli ETP dovrà fare i conti con l’eccesso di prodotti, la concorrenza sui costi e quello che ancora manca.

Il mese di maggio ha archiviato un altro record storico. L’industria mondiale degli ETP (l’insieme di ETF, ETC e ETN) ha superato la barriera dei 4.000 miliardi di dollari di asset in gestione.

Ma dopo aver inanellato un record dietro l’altro in questi 25 anni, cosa potrebbe accadere all’industria degli ETP? Lee Kranefuss, uno dei fondatori di iShares, ha provato a immaginare i prossimi 20 anni sebbene lui stesso ammetta che 20 anni sono un periodo davvero lungo da prevedere.

Per prima cosa l’esperto prevede un fisiologico rallentamento del lancio di nuovi prodotti sebbene un numero ancora elevato di case d’investimento e di asset manager non sia ancora entrato in questo business. Ad esempio, solo di recente J.P. Morgan Chase & Co e Goldman Sachs Group hanno lanciato i loro propri ETF. Detto questo, per Lee Kranefuss il mercato sembra eccessivamente affollato.

Insomma, per l’esperto, ci sono troppi ETF e molti advisor sostengono di fare fatica a capirli tutti e a comprenderne le differenze e gli elementi distintivi. In quest’ottica, Lee Kranefuss ritiene che ci dovrebbero essere vincoli di ‘qualche tipo’ (senza tuttavia indicarli) in modo a permettere scelte più razionali da parte degli investitori.

Il secondo capitolo affrontato da Lee Kranefuss è lo spinoso problema del confronto tra ETF e gestione attiva. “Credo che una gestione attiva, con la quale intendo la selezione dei singoli titoli rispetto ad un indice di mercato indistinto, è un business in fase calante. Non morirà mai completamente, perché c’è sempre del valore nascosto nel mercato, ma non credo che i fondi comuni di investimento possano essere un settore in crescita” dice Lee Kranefuss, secondo il quale è sempre difficile generare rendimenti reali dalla selezione dei singoli titoli.

Infine, se gli ETF smart beta, in cui i componenti del portafoglio sottostante vengono selezionati da regole progettate per fornire strategie specifiche (volatilità, small cap, value, etc.) dovrebbero restare una nicchia di mercato, per Lee Kranefuss un problema che sembra emergere è che ci sono troppi fondi e troppo pochi grandi player di mercato. C’è molta concentrazione nell’industria ma, al tempo stesso, non c’è bisogno di società più piccole che inseguano ‘mode’ del mercato.

“Un esempio è rappresentato dai mercati emergenti. Molte delle principali società quotate nei mercati emergenti mostrano un’alta correlazione con i mercati sviluppati perché sono delle compagnie internazionali. Allora perché pagare commissioni di gestione elevate per ottenere un’esposizione a una parte del mercato che ha un’alta correlazione a qualcosa che si può ottenere a buon mercato?” si domanda Lee Kranefuss che quindi conclude con una proposta:  “Si può invece ipotizzare di investire nei mercati emergenti in modo misto: la parte del mercato correlata con i mercati sviluppati replicata tramite una gestione domestica a basso costo e la parte restante (a vero valore aggiunto) che viene acquistata separatamente con costi superiori”.




FinanciaLounge
7 Luglio 2017
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