Effetto collaterale

La lotta all’inflazione della Fed ha anche "ripulito" Wall Street dagli eccessi

Il rigore monetario ha contribuito a sgonfiare prima che crescesse troppo l’inizio di una bolla legata alla ripartenza post pandemia. Il risultato possono essere valutazioni ragionevoli e crescita sostenibile

di Stefano Caratelli 7 Novembre 2022 08:31
financialounge -  Federal Reserve Wall Street Weekly Bulletin
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Inflazione è un termine decisamente inflazionato dalla seconda metà dell’anno scorso, quando la poderosa ripresa economica post pandemia ha impattato le strozzature e i colli di bottiglia ereditati dal Covid, facendo schizzare a livello globale i prezzi di materie prime, componenti, beni finali e servizi. Ma quando se ne parla nei titoli di giornali e tv è quasi sempre in riferimento a bollette e carrello della spesa, raramente in relazione ai prezzi degli asset, azioni, bond, immobili, che pure si erano gonfiati all’inverosimile, soprattutto i primi due, nei 18 mesi successivi all’irrompere della pandemia, per il mare di liquidità iniettato da governi e banche centrali per tenere a galla le economie, e poi altrettanto precipitevolmente sgonfiati, in questo 2022 quello delle obbligazioni, a cominciare dai titoli di Stato, più ancora delle azioni. Nel mondo dei tassi zero o negativi il denaro era obbligato ad andare sull’azionario per mancanza di alternative, ma una componente più speculativa finiva anche sui bond, anche se non rendevano nulla, per la certezza che le banche centrali li avrebbero comunque ricomprati a un prezzo più alto.

LE DIFFERENZE CON LE ULTIME BOLLE


L’inflazione dei prezzi degli asset non è una novità sui mercati finanziari, all’origine di ogni bolla ce n’è una. Per rimanere in tempi recenti, quella di Internet del 1999-2000, quella dei subprime nel 2007-2008, e alla fine quella post-pandemia che ha visto protagonisti soprattutto i titoli tech americani e quelli legati alla cosiddetta ‘stay-home economy’ del 2020-2021. Ma tra le prime due e la terza c’è una grande differenza. Quelle delle dot.com e dei subprime si sono gonfiate fino all’inevitabile esplosione, con le banche centrali costrette a correre in soccorso, soprattutto nel secondo caso, con il Quantitative Easing per evitare il collasso della finanza globale. La terza ha iniziato a sgonfiarsi prima di arrivare al punto di rottura, come effetto ‘collaterale’ dell’azione delle banche centrali, a cominciare dalla Fed, scese in campo per combattere con ogni mezzo un’inflazione ‘tradizionale’ che stava sfuggendo di mano, dopo che la guerra in Ucraina si era aggiunta agli effetti della ripartenza post pandemia.

ORA CI SONO ALTERNATIVE ALLE AZIONI


Forse non era quello l’effetto voluto dalla banca centrale guidata da Jay Powell, ma anche se lo fosse stato certamente non poteva essere dichiarato. Con i rendimenti dei Treasury a 10 anni sopra il 4% e quello dei bond Investment Grade che in USA supera il 6% il teorema ‘Tina’, che sta per There is no alternative, va a farsi benedire e i soldi non sono più ‘costretti’ a andare su azioni di aziende che magari continuano a macinare utili, ma a un ritmo e soprattutto a valutazioni evidentemente insostenibili nel medio-lungo periodo. A differenza delle bolle del passato, quella che ha cominciato a sgonfiarsi a Wall Street nella parte finale del 2021 per accelerare nel 2022 non lascia sul campo solo morti e feriti, ma anche chi è rimasto solo ammaccato e chi invece continua a reggersi benissimo in piedi. Per una Meta/Facebook che da fine agosto 2021 ha lasciato sul campo tre quarti del suo valore, c’è una Apple che nello stesso arco di tempo lo ha mantenuto sostanzialmente intatto e una Microsoft sotto di un quinto. Ad agosto dell’anno scorso il Nasdaq sfiorava i 16.000 punti mentre alla chiusura di venerdì non arrivava a 10.500.

CONTANO STORIE E FONDAMENTALI DELLE SINGOLE AZIENDE


Ragionare in termini di indici o di settori nel nuovo contesto, dove le alternative alle azioni non mancano, ha poco senso. Contano le storie delle singole aziende, la sostenibilità di crescita e utili nel lungo termine espressa dalle valutazioni. Anche in Europa e in USA sono storie molto diverse. Il Quantitative Easing americano è iniziato molto prima, a fine 2008, ed è stato molto più aggressivo, quello europeo data solo da inizio 2015, perché Mario Draghi è riuscito a gestire la crisi del debito per due anni e mezzo spendendo solo parole, il famoso ‘whatever it takes’, ma senza stampare un euro, limitandosi a manovrare i tassi. Inoltre la componente tech legata al post-pandemia in Europa pesa molto meno. Infatti le Borse europee hanno camminato molto meno di S&P e Nasdaq, ma hanno anche molto meno da ‘sgonfiare’, come mostra l’andamento della settimana scorsa chiusa nel complesso in positivo da questa parte dell’Atlantico e in negativo sull’altra, nonostante il rally finale.

BOTTOM LINE


La determinazione della Fed di Powell a combattere l’inflazione ha avuto l’effetto collaterale di fare una bella ‘pulizia’ a Wall Street. Che sia ultimata o no tutto sommato conta poco, perché si è visto che non ci sono rischi sistemici, e alla fine per l’investitore ci sarà la possibilità di comprare a valutazioni accettabili i titoli che hanno tenuto nella tempesta.
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