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La figuraccia di Biden a Kabul non è la catastrofe geopolitica che sembra

Esportare la democrazia
di Controredazione 23 Agosto 2021 - 8:38

Per la faccia del presidente Biden è una macchia indelebile, ma la fine dei tentativi disastrosi di esportare la democrazia era inevitabile

Che sia stata una colossale figuraccia globale per gli Stati Uniti d’America, ma soprattutto per il presidente Joe Biden, non ci sono dubbi. Che sia una catastrofe geo-politica che apre le porte dell’Asia centrale alla supremazia economico-politica di Cina e forse Russia e una sconfitta per tutto l’Occidente destinata a restare nei libri di Storia è invece tutto da vedere. I paragoni sono stati soprattutto con la fuga da Saigon nel 1975, con molte dimenticanze sul fatto che la vittoria dei Vietcong fu salutata con esultanza da moltissimi occidentali, soprattutto in Europa, che quattro anni dopo accolse con entusiasmo quasi unanime la ‘liberazione’ dell’Iran dall’oppressione dello Scià Reza Pahlavi da parte degli ayatollah guidati da Khomeini. Forse il ricorso storico più appropriato è quello con il disastro di Jimmy Carter sempre in Iran nel 1980, nel tentativo fallito di liberare gli ostaggi americani all’ambasciata USA di Teheran, che aprì la strada all’elezione di Ronald Reagan qualche mese dopo, o magari anche la trappola mortale in cui caddero i ranger americani a Mogadiscio nel 1993, oppure il disastro di Benghazi firmato da Hillary Clinton nel 2012 in piena ‘primavera araba’.

LA CATASTROFE EVITATA DELLO STATO ISLAMICO

Proprio la primavera araba, incoraggiata da Obama per ‘liberare’ le popolazioni del Mediterraneo del Sud e del Medio Oriente dai tiranni alla Gheddafi e all’occidentale aiuta a mettere in prospettiva la caduta di Kabul di questi giorni. Uno dei ‘danni collaterali’ di quella politica sventurata fu la nascita dell’Isis, o Isil se si preferisce, che cercò di creare lo stato islamico tra Iraq e Siria. Alla fine il Daesh fu sconfitto nel 2019 nonostante gli americani avessero drasticamente ridotto la presenza militare in Iraq sin dal 2011. Se fosse finita diversamente e Bagdad avesse fatto la fine di Kabul, quella sì sarebbe stata una catastrofe globale. Lo stato iracheno non è certo ancora stabile, ma sembra aver tenuto, fortunatamente e almeno per ora, forse anche grazie alle radici storiche laiche, di ispirazione socialista e nazionalista di cui in Afghanistan non c’è traccia.

UN MODELLO CHE NON SI PUÒ ESPORTARE COME LA COCA-COLA

Il modello occidentale fatto di democrazia, libero mercato e soprattutto stato di diritto, non si può esportare come la Coca-Cola o l’iPhone. Ci devono arrivare da soli, con i loro modi, i loro tempi e le loro culture. L’esportazione della democrazia è uno schema che ha funzionato dopo la seconda guerra mondiale solo in Germania e Giappone, dove non va dimenticato che gli americani mantengono ancora qualcosa come 100.000 truppe in totale più il personale amministrativo e logistico, ma poi sono stati solo fallimenti, da Kabul oggi a ieri il Vietnam, che alla fine è uno dei paesi asiatici usciti meglio dal collasso sovietico. La Cina e la Russia di oggi non sono interessate a ‘esportare’ il proprio modello politico, ma ‘solo’ a estendere la ‘presa’ economica e il peso sui vari scacchieri. Soprattutto Pechino, per continuare a crescere, ha bisogno di un mercato globale di merci, servizi, lavoro e capitali, che funzioni in modo efficiente e possibilmente ordinato.

LA FIGURACCIA HA LA FACCIA DI BIDEN

Alla fine resta la figuraccia globale, che per la prima potenza economica e militare del pianeta non è il massimo. Ma è anche una figuraccia con sopra la faccia di Joe Biden, in politica da 50 anni e a fine corso, che neanche prima aspirava alla rielezione nel 2024 per ovvii motivi anagrafici. Prima o poi gli americani dall’Afghanistan dovevano andarsene, sicuramente si poteva gestire meglio, ma in ogni caso sarebbe stato difficile ‘vendere’ la ritirata come un successo. Che il compito ingrato non sia toccato a un presidente giovane, magari con diversi anni davanti di possibile permanenza alla Casa Bianca, è un fatto positivo. L’America non può certo permettersi di non avere una politica estera, ma non può neanche più permettersi di averne una che produce migliaia di soldati che tornano a casa nei sacchi neri e migliaia di miliardi di dollari buttati al vento.

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