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Nel risiko italiano non solo banche, occhio al settore del lusso

Le fusioni bancarie possono essere un’occasione di investimento. Ma attenzione anche al lusso, dove forse qualcosa si muove con Exor possibile protagonista

di Stefano Caratelli 9 Agosto 2021 - 6:22
financialounge - news
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I titoli agostani dei giornali sono tutti per il risiko bancario, la cui febbre muove le azioni in Borsa, con le ipotesi che si intrecciano tra nascita del ‘terzo polo’ e UniCredit che potrebbe prendersi il Monte senese in un’operazione stile Intesa, che portò qualche anno fa l’istituto guidato da Carlo Messina a rilevare al prezzo simbolico di 1 euro le venete ‘terminate’, per evitare l’applicazione della nuova regola europea del ‘bail in’ che avrebbe scaricato i costi dei fallimenti su depositanti e risparmiatori. Anche nel caso del risiko odierno sono in ballo soldi pubblici, in parte rappresentati dalla ‘dote’ con cui il Tesoro dovrebbe accompagnare MPS alle nozze, e in parte costituiti da possibili incentivi fiscali alle fusioni, per incoraggiare gli istituti a una maggior efficienza costi-ricavi. Le fusioni hanno un evidente appeal per gli investitori, perché la regola generale nell’M&A è cercare di spuntare la valutazione più elevata possibile dell’asset da ‘sposare’, a tutto beneficio degli azionisti, così come per le investment bank coinvolte, il cui compenso è di norma calcolato in percentuale sul valore del deal.

RISCHIO DI VALUTAZIONI ECCESSIVE


Per il ‘terzo polo’, l’appeal cresce in misura proporzionale alla crescita dimensionale dei due campioni nazionali, Intesa che è già cresciuta molto prima con le venete e poi con UBI, e UniCredit che aumenterebbe parecchio il peso dell’Italia se si annettesse anche il Monte, tutto insieme o a pezzi. Più i due pesi massimi crescono, più aumenta l’esigenza economica e anche politica di un terzo attore che bilanci la situazione. Tutti i potenziali protagonisti dell’aggregazione che potrebbe dar vita al terzo polo continuano a ripetere che stanno benissimo anche da soli, ma il messaggio è: vogliamo giocare, ma da aggregatori e non da aggregati. Il rischio di tutti questi appetiti è che alla fine le valutazioni finiscano per essere eccessive e si rivelino poi poco sostenibili nel lungo termine, come raccontano diverse storie del passato pre-crisi finanziaria, da Antonveneta, a Popolare di Lodi, andando indietro fino a Bipop e alla fusione tra Capitalia e la stessa UniCredit. Ovviamente i tempi sono cambiati radicalmente, i requisiti di capitale sono diventati stringenti, e le Vigilanze vigilano, sia a livello italiano che europeo.

LE BANCHE HANNO GRANDI SFIDE DAVANTI


Ma alla fine, il risiko bancario sembra più un’opportunità tattica che strategica per l’investitore, anche perché non risolve i problemi grandi come montagne che le banche, italiane e non, dovranno affrontare nei prossimi anni, dalla reinvenzione del modello di business, alla transizione digitale che avrà un costo iniziale di molti posti di lavoro, fino alla necessità di un approccio meno locale e più globale al megatrend dell’asset management, che sarà la principale fonte di reddito dell’industria finanziaria mondiale. Per affrontare queste sfide servono campioni almeno continentali, che non si creano con il risiko di casa nostra, ma per farli nascere serve un’unione bancaria e del mercato dei capitali che ancora non si vede, e che il premier italiano Mario Draghi non si stanca di invocare a ogni occasione.

IL RISIKO ANCORA POTENZIALE DEL LUSSO


Invece c’è un altro risiko italiano, ancora molto potenziale e di cui si parla poco, che potrebbe rappresentare un’opportunità strategica di investimento se prendesse corpo. L’Italia è famosa nel mondo per il lusso e la moda, ma dal punto di vista dell’investitore questo fatto indiscusso non è sintetizzato in un brand che ne racchiude il valore, come avviene per la francese LVMH ad esempio. Il tema è stato recentemente esplorato dal FT, che ha passato in rassegna la schiera di nomi portabandiera della moda e del lusso italiani, da Dolce & Gabbana a Tod's, da Ferragamo a Prada, da Cucinelli a Missoni, passando per Zegna, senza dimenticare ‘the king Giorgio’, ovviamente Armani. Che secondo la ricostruzione del FT in primavera avrebbe avuto un abboccamento con Exor sulla base di una valutazione da 7 miliardi, finita nel nulla, per ora.

EXOR PILASTRO DI UNA LVMH ITALIANA?


Sì perché il giornale salmonato della City non esclude che magari ci possa essere un seguito e si spinge a suggerire, molto tra le righe, che proprio la holding degli Agnelli potrebbe essere il pilastro su cui costruire una LVMH italiana. Tutto sommato in Exor c’è già Ferrari, che più lusso non si può ed ha già presentato la sua linea di abbigliamento sportivo, e di recente anche il 24% del produttore francese di scarpe di lusso Christian Louboutin, pagato più di mezzo miliardo, e la cinese Shang Xia comprata l’anno scorso. E poi c’è il precedente di un quarto di secolo fa quando l’allora Hdp, che faceva capo a Torino e Mediobanca, tentò la creazione del grande polo della moda prima con Marzotto e poi con Valentino. Per ora i nomi italiani del lusso sembrano voler ballare da soli, magari in coppia con qualche grande private equity o costruendosi alleanze internazionali settoriali, come Luxottica. Il futuro della moda e del lusso si chiama ovviamente Cina, in termini di mercato di sbocco, e andarne alla conquista in ordine sparso potrebbe non essere la strategia vincente.

BOTTOM LINE


L’investitore non può ignorare il risiko bancario, anche se in un’ottica tattica, ma l’eccellenza globale del lusso italiano può diventare una storia strategica. Finora la frammentazione ne ha fatto una riserva di caccia dei grandi investitori privati internazionali. La nascita di un grande aggregatore come LVMH, offrirebbe grandi opportunità per tutti i portafogli.
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