Azionario americano appeso ai T-Bond

Segnali dal mercato
di Stefano Caratelli 26 Luglio 2021 - 8:22

Il reflation trade spiega solo in parte la correlazione tra azionario e rendimenti dei T-bond, che storicamente non anticipano l’inflazione, ma la inseguono. Invece raccontano molto sul posizionamento degli investitori

La settimana delle Borse globali non ha fatto mancare le sorprese, i titoli dei giornali hanno raccontato prima che la variante Delta stroncava le azioni, aumentava i dubbi sulla ripresa e spingeva a comprare titoli di Stato, e poi che il lunedì nero era cancellato dai record di Wall Street. Eppure in 5 giorni poco o nulla è cambiato a livello di fondamentali macro o societari, che continuano a indicare economie in salute e utili in progresso, mentre la pericolosa variante è sempre lì. La svolta è arrivata martedì, una mezz’ora prima che partissero gli scambi sul NYSE, quando il rendimento del Treasury a 10 anni, dopo una partenza da brivido sulla scia di Asia e Europa che lo ha portato pericolosamente vicino all’1%, accelerando la discesa delle sedute precedenti, ha rimbalzato verso Nord con decisione, recuperando quota 1,2% per poi finire la settimana all’1,3%. Una spiegazione offerta è il ritorno del ‘reflation trade’ vale a dire gli investitori che chiedono rendimenti più alti perché economia e inflazione corrono più del previsto.

LA STAFFETTA TRA GROWTH E VALUE

È una delle letture più diffuse e condivise, che spiega anche la diversa reazione delle diverse classi di azioni nei 18 mesi passati dall’esplosione della pandemia. Con l’impatto violento della recessione sui titoli ciclici, si è andati alla ricerca di rendimento nei ‘growth’, i colossi tech immuni agli sbandamenti, anzi favoriti dalla stay home economy e dai bassi tassi di interesse. Poi, da novembre, anche sulla spinta dei mega stimoli di Joe Biden, si è andati sui ‘value’, come finanziari, materiali e industriali, che al contrario dei growth si avvantaggiano di rendimenti più alti, a partire dalle banche. Per queste ultime infatti il costo del denaro è come il prezzo del greggio per i petroliferi, più sale e più aumentano i margini. La teoria sembra solida, ma ha forse qualche crepa nella relazione tra causa e effetto.

UNA CORRELAZIONE CHE SEMBRA EVIDENTE

Se si guardano alcune chart, come quella qui sotto, la correlazione sembra evidente. Quando i rendimenti dei Treasury scendono il Nasdaq fa meglio del Russel 2000, pieno di titoli sensibili al ciclo, mentre quando salgono succede il contrario.

In nero il gap di rendimento dei due indici, scala a sinistra, a destra i tassi dei T-bond, scala invertita (Fonte: Refinitiv, Capital Economics)
In nero il gap di rendimento dei due indici, scala a sinistra, a destra i tassi dei T-bond, scala invertita (Fonte: Refinitiv, Capital Economics)

Sicuramente c’è del vero, ma il tutto presuppone che il T-bond a 10 anni sia in grado in qualche modo di anticipare l’andamento dell’inflazione, il che è invece tutto da provare e comunque non è confermato dalla storia, come mostra l’altro grafico qui sotto ripreso da uno studio di Joseph E. Gagnon e Madi Sarsenbayev del Peterson Institute for International Economics.

In generale, sembrerebbe che i rendimenti dei Treasury più che ‘prevedere’ l’inflazione futura ‘rincorrano’ quella effettiva quando si manifesta, chiedendo all’emittente, vale a dire il Tesoro USA, un premio più alto in compensazione. Questa volta è diverso? Possibile. Ma forse c’è una spiegazione molto più semplice.

COMANDA IL GIOCO DI DOMANDA E OFFERTA

Quello dei Treasury è un mercato, anche molto grande, dove comanda il gioco della domanda e dell’offerta. È vero che da dopo la Grande Crisi soprattutto la prima è un po’ drogata’, visto che c’è un compratore in grado di soddisfare offerta praticamente illimitata, vale a dire la Fed. Ma ci sono anche i flussi governati dai money manager, che magari quando i prezzi delle azioni si fanno tirati vanno a parcheggiarsi sui Treasury, che tra l’altro rendono ancora qualcosa, e quando le valutazioni tornano più interessanti si rispostano sull’equity. Il fatto che scelgano titoli value o growth, in entrambe le direzioni, dipende da molte variabili, tra cui c’è certamente quella dei rendimenti dei Treasury, ma anche molte altre.

POSIZIONAMENTO TATTICO DEGLI INVESTITORI

I movimenti dei titoli di Stato americani, soprattutto quelli a breve, dicono poco sul livello futuro dell’inflazione, ma dicono molto sul posizionamento, specialmente tattico, degli investitori. E per un mercato come quello attuale, rimasto senza direzione dal momento che sembrano esaurite le due grandi spinte del post-pandemia, capire meglio il posizionamento tattico può essere molto utile per la navigazione a vista, che è quella che ci aspetta nelle prossime settimane. Molte grandi case con cui Financialounge.com è costantemente in contatto si aspettano settimane di volatilità, con il sentiment del mercato che potrebbe subire forti sbalzi d’umore in scia a fattori estemporanei, che potrebbero rivelarsi interessanti occasioni per consolidare posizioni di lungo periodo a valutazioni vantaggiose.

BOTTOM LINE

I T-bond sono sicuramente tra gli indicatori più importanti dei mercati finanziari globali, ma vanno anche letti attentamente e soprattutto correttamente, non per perdersi alla ricerca di improbabili segnali di recessione o chissà cos’altro in arrivo e neanche per sapere in anticipo dove sarà l’inflazione tra 6 mesi o 10 anni. Il mercato va letto con gli occhi del mercato, che sono quelli del gioco tra domanda e offerta, ricordandosi inoltre sempre che a un rendimento corrisponde necessariamente anche un prezzo, soprattutto se parliamo del T-bond.

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