I Paesi che rischiano di più con il crollo del petrolio

L'analisi
di Leo Campagna 6 Agosto 2020 - 14:30

Secondo Pictet AM, Russia e Arabia Saudita risentono meno dei prezzi bassi. Discorso diverso, invece, per Colombia, Algeria e Kazakistan

Nel primo semestre di quest’anno i prezzi del petrolio hanno perso il 36% a causa del crollo della domanda determinato dalla pandemia. Una dinamica che ha conseguenze fortemente negative sull’economia dei principali Paesi esportatori di greggio, aumentandone anche il rischio di un incremento significativo del deficit delle partite correnti.

OMAN, KAZAKISTAN E COLOMBIA I PAESI PIÙ VULNERABILI

A questo proposito, Sabrina Khanniche, Senior Economist di Pictet Asset Management, ha analizzato le principali 12 economie esportatrici di petrolio per individuare quelle più vulnerabili a causa del crollo del prezzo dell’oro nero. Tra i paesi più esposti a questo rischio figurano Oman, Kazakistan e Colombia mentre Russia e Arabia Saudita risultano i meno fragili. Le economie dei tre Paesi più a rischio evidenziano un elevato indice della vulnerabilità ai prezzi del petrolio, calcolato da Pictet Am: un periodo prolungato di prezzi bassi comporterebbe un aumento del deficit fiscale e delle partite correnti, il che a sua volta eserciterebbe una pressione al ribasso sulle valute di questi Paesi.

IL PREZZO DI BREAKEVEN ESTERO

“Le oscillazioni delle quotazioni petrolifere incidono in modo diverso sulle economie degli esportatori greggio. La loro reazione dipenderà in larga misura dal relativo prezzo di breakeven estero, ovvero il prezzo del petrolio necessario a coprire le spese legate alle importazioni”, fa sapere Khanniche. L’esperta indica nell’Iran, nel Kuwait, nella Russia, nel Qatar, negli Emirati Arabi Uniti e nell’Arabia Saudita i Paesi (che insieme totalizzano il 39,4% di tutto il petrolio fornito nel mondo dalle nazioni esportatrici) con un robusto surplus del saldo delle partite correnti usato per l’acquisto di asset stranieri. “I governi dei paesi con un prezzo di breakeven estero inferiore al prezzo attuale del petrolio possono allentare la politica fiscale o beneficiare di un apprezzamento della valuta” specifica l’esperta di Pictet Am.

RISCHIO DI TAGLI ALLA SPESA O DI UN DEPREZZAMENTO DELLA VALUTA

Al contrario Algeria, Colombia, Angola, Nigeria, Kazakistan, e Oman, le cui quote di mercato aggregate arrivano al 9,4% del totale, evidenziano un breakeven alto. “In assenza di riserve finanziarie, questi paesi corrono il rischio di tagli alla spesa o di un deprezzamento della valuta, soprattutto se il prezzo del petrolio scende al di sotto del prezzo di breakeven estero” puntualizza l’economista di Pictet Am.

IL GAP NEGATIVO DOVREBBE CONTINUARE A SALIRE NEL 2020

Dopo il picco del 2013, quando il prezzo del petrolio salì a 100 dollari al barile, i Paesi esportatori hanno rivisto al ribasso il loro prezzo di breakeven del greggio introducendo tagli alle spese per le importazioni il che lo ha portato nel 2018 a raggiungere in media i 55 dollari al barile. Ma oggi, con il prezzo del greggio che oscilla tra i 40 e i 45 dollari al barile, i Paesi esportatori di petrolio con un breakeven alto sono più vulnerabili al calo del prezzo del greggio in quanto il gap risultava già negativo nel 2019 e dovrebbe continuare a salire quest’anno.