“Coronavirus: colpiti viaggi e hi tech, ma nessuna recessione in vista”

di Leo Campagna 6 Febbraio 2020 - 21:00

Gli economisti escludono una recessione cinese o globale mentre gli investitori si interrogano su quali possano essere le conseguenze sui mercati finanziari. Ecco l’analisi sui settori sviluppata da ClearBridge (affiliata Legg Mason)

Mentre la comunità scientifica internazionale sta cercando di limitare la diffusione dell’epidemia del coronavirus cinese,  le aziende e gli investitori cominciano a quantificare il possibile impatto sul business e sui mercati finanziari. Gli esperti di ClearBridge Investments, affiliata Legg Mason, in una loro analisi convengono sul fatto che lo stop delle attività – in Cina e in giro per il mondo – causerà un calo della crescita cinese nel primo trimestre con conseguente impatto sul Pil globale. Ma, al contempo, segnalano come la maggior parte degli economisti non creda, al momento, che questo porterà ad una recessione cinese o globale.

IMPLICAZIONI NEGATIVE SULLA FILIERA HI TECH INTERNAZIONALE

Quali invece conseguenze sui mercati? A Wuhan, la città focolaio del virus, operano molte grandi società cinesi nel campo dei semiconduttori e un eventuale blocco della produzione potrebbe avere implicazioni negative su una serie di aziende della filiera hi tech internazionale come Applied Materials, ASML, Lam Research, TE Connectivity. Per contro potrebbe avere dei benefici chi produce memorie NAND, grazie a una riduzione dell’offerta sul mercato.

IMPATTI SULLE AGENZIE DI VIAGGIO

Con la chiusura precauzionale di alcuni centri commerciali e la minor circolazione di persone nelle strade della Cina si è indebolita la domanda dei consumatori. È vero che i titoli del settore internet e media appaiono meno vulnerabili all’andamento cinese, ma il calo degli spostamenti oltreconfine da parte dei turisti cinesi – che nel 2019 hanno contabilizzato circa 160 milioni di viaggi all’estero internazionali – potrebbe invece causare contraccolpi di una certa entità , per le agenzie di viaggi online come Expedia e Booking Holdings.

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LUSSO E COSMETICI, DANNI NON PERMANENTI

“Relativamente alle industrie del lusso, dei cosmetici, e delle bevande, la gravità dell’impatto dipenderà dalla durata della crisi. Anche perché nel breve periodo le ripercussioni negative in questi settori possono essere di norma riassorbibili attraverso tagli dei costi nel marketing, negli affitti e in altri canali”, spiegano gli esperti di ClearBridge, convinti che i danni non dovrebbero essere permanenti, con i consumatori cinesi che confermeranno la loro leadership nella domanda globale di questi settori.

PECHINO POTREBBE IRROBUSTIRE LE MISURE ESPANSIVE

“Dopo una prima fisiologica fase di incertezza, a mano a mano che le autorità scientifiche cominceranno a contenere la diffusione dell’epidemia sviluppando un eventuale vaccino,  l’instabilità si ridurrà e gli asset rischiosi si normalizzeranno”, specificano i professionisti di ClearBridge. Gli stessi professionisti segnalano come la concomitanza dell’epidemia con una fase di debole ripresa economica possa potenzialmente spingere Pechino e altre nazioni a implementare ulteriori misure monetarie e fiscali espansive, che si aggiungeranno a quelle già esistenti.

VENDITE SUI TITOLI CICLICI A WALL STREET

Per quanto riguarda in particolare il mercato azionario statunitense, gli esperti di ClearBridge ammettono che i flussi di vendita sui titoli ciclici a Wall Street – specialmente di quelli legati al settore delle materie prime e dell’energia – delle ultime settimane sia stato innescato dall’esposizione al mercato cinese che risulta anche superiore a quella rispetto al Pil statunitense.

MA NESSUNA CONSEGUENZA SULL’ECONOMIA USA

“Tuttavia, la bilancia delle società incluse nello S&P 500 è molto più equilibrata rispetto a quella di tutti gli Stati Uniti, dal momento che molte corporation hanno succursali cinesi che vendono direttamente in Cina”, fanno presente gli esperti di ClearBridge. L’impatto sulle transazioni effettuate esclusivamente in Cina, sebbene negativo per la solidità finanziaria delle aziende, non dovrebbe avere conseguenze sull’economia statunitense.

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