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Private equity, performance migliori se la raccolta fondi è più bassa

Un fundraising di successo non implica performance societarie sicuramente positive, nel private equity meglio puntare su venture capital allo stadio iniziale e buyout di piccole dimensioni.

4 Ottobre 2018 12:40

Il private equity offre attualmente diverse opportunità per gli investitori con un orizzonte temporale di 5-10 anni, ma necessita di competenza e conoscenza dei mercati per riuscire a selezionare le migliori occasioni e scartare quelle con minori potenzialità. Sono le conclusioni a cui giungono Duncan Lamont, Head of Research and Analytics di Schroders e Nils Rode, CIO, Schroder Adveq Investments, nella loro analisi della situazione attuale e prospettica del mercato del private equity.

FORTE INCREMENTO DEL FUNDRAISING NEL 2017


Conclusioni che partono dalla constatazione che nel 2017 è stato registrato un forte incremento (oltre il 40%) dell’attività di fundraising (raccolta fondi) legata ad operazioni di private equity e che tale successo comporta anche un’implicazione: l’affollamento dei flussi di investimento può delineare delle problematiche nel momento in cui una mole ingente di risorse viene indirizzata su poche operazioni. A questo proposito i due esperti fanno notare che, sebbene fattori importanti come il contesto economico e finanziario più in generale possano incidere sulle performance di lungo temine del private equity, emerge una correlazione inversa tra i volumi di fundraising e le performance future: al crescere dei primi diminuiscono le seconde e viceversa.

LE INDICAZIONI DELLO SCHRODER ADVEG FRI


“Il nostro indicatore proprietario Schroder Adveq Fund Raising Indicator (Schroder Adveq FRI) è stato sviluppato per aiutare a tracciare il legame tra fundraising e rendimenti. Questo ha mostrato una correlazione negativa con anni di performance positive (coefficiente di correlazione -0,4) ed è stato un indicatore importante per la performance di lungo termine (5-10 anni)” spiegano Duncan Lamont e Nils Rode. In pratica a valori elevati dell’indicatore hanno seguito rendimenti successivi modesti mentre valori contenuti hanno visto materializzarsi performance più elevate. Utilizzato in questo modo, lo Schroder Adveq FRI può individuare le aree del mercato che sono meglio posizionate per offrire rendimenti e quelle in cui è necessaria maggiore cautela.

BUYOUT DI PICCOLE E MEDIE DIMENSIONI


Al momento, in base allo Schroder Adveq FRI, gli investitori dovrebbero accelerare il disinvestimento dalle grandi operazioni di buyout (acquisizione di un'azienda da un gruppo di manager dell’azienda stessa che ne diventano proprietari), dai finanziamenti agli stadi avanzati di venture/growth capital (finanziamento di un investimento con prospettive di reddito e rischio elevati) e dalle strategie denominate in yuan cinesi. Al contrario sembrano più promettenti gli investimenti indirizzati ai buyout di piccole e medie dimensioni, i venture capital allo stadio iniziale e alcuni selezionati mercati emergenti.

UN VALIDO PUNTO DI PARTENZA


Duncan Lamont e Nils Rode, pur precisando che nelle scelte di investimento nel campo del private equity non sia sufficiente basarsi soltanto sullo Schroder Adveq FRI, ritengono che il fondamento logico che governa la relazione tra fundraising e ritorni futuri costituisca comunque un valido punto di partenza.

LE OPERAZIONI INIZIALI DI VENTURE / GROWTH CAPITAL


“Il fundraising nel mercato dei buyout più piccoli ha mostrato una discreta stabilità nel tempo, sostenuta dal fatto che i manager che vigilano sulle operazioni di buyout più piccole tendono a spostarsi verso i fondi più grandi e verso operazioni di maggiori dimensioni. Ne consegue che vengono sostituiti da manager con minore esperienza, più inclini a gestire fondi più piccoli: una tendenza che funge da stabilizzatore naturale dei volumi di fundraising nel segmento delle operazioni di taglia inferiore” spiegano i due esperti. Interessanti pure gli investimenti in operazioni nelle fasi iniziali o intermedie di venture/growth capital che, infatti, risultano meglio posizionate (in termini di fundraising) rispetto a quelle relative alle operazioni in stadi più avanzati. “I volumi di fundraising in questi casi sono stati contenuti e il tasso di creazione di nuove società solide sta facendo aumentare le prospettive di operazioni future” puntualizzano Duncan Lamont e Nils Rode.

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LE OPPORTUNITÀ IN ASIA E BRASILE


I due esperti concludono la loro panoramica segnalando due situazioni particolari in Asia e in Sud America. Il mercato in dollari cinese, dell’India e del resto dell’Asia, mostra un sostanziale buono stato di salute mentre quello in yuan ha registrato una rapida espansione, come segnalano gli elevati volumi di fundraising. Ne deriva che nell’ambito del segmento in valuta locale, le scelte devono essere selettive. “Si tratta di una situazione positiva per gli investitori stranieri, dal momento che possono accedere al mercato in dollari ma non a quello in yuan, e che tra i due esiste una leggera sovrapposizione. Ne potrebbero approfittare per indirizzarsi su quelle aree del mercato dove c’è poca o nessuna competizione con l’universo in yuan” precisano Duncan Lamont e Nils Rode. I quali, infine, segnalano un’opportunità ‘contrarian’ in Brasile, ma soltanto per gi investitori con il più alto profilo di rischio. “Dal momento che il fundraising in questo mercato è letteralmente collassato, potrebbe aver creato una serie di investimenti interessanti ognuno dei quali, tuttavia, è ad alto rischio, visto il contesto economico e politico del Brasile. Di conseguenza è richiesta un’attenta due diligence e una selezione dei titoli particolarmente rigorosa” concludono Duncan Lamont e Nils Rode.
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