International Editor’s Picks – 21 marzo 2016

commodities
21 Marzo 2016 - 9:41

Il rebus del prezzo del petrolio.

Dai minimi di inizio febbraio il petrolio ha messo a segno un rally abbastanza robusto, più 50% per il WTI, il benchmark americano, che ha riguadagnato quota 40 dollari al barile. Ma i prezzi dei titoli petroliferi non hanno seguito, o lo hanno fatto in minima parte. Quelli racchiusi nell’indice S&P Oil & Gas Exploration & Production Select Industry nello stesso mese e mezzo si sono mossi davvero poco, sollevando dubbi sulle valutazioni da parte dei broker. Cosa vuol dire il disallineamento? La risposta è più semplice del previsto e ce la fornisce Spencer Jakab sul Wall Street Journal di venerdì scorso. Il prezzo del benchmark è quello spot, vale a dire quello che fa il broker alla raffineria che vuole un carico consegna una settimana. I prezzi dei titoli delle compagnie petrolifere riflettono invece le attese di produzione, di ricavi e di utili nel medio lungo termine. E il fatto che il WTI oggi si venda a $40 non vuol dire che sarà così anche tra un mese o un anno. A sostegno della tesi Jakab cita il prezzo che dà evidenza al ragionamento, lo spot si è mosso del 50% al rialzo in 5-6 settimane, ma nello stesso arco di tempo il futures sul petrolio scadenza 2021 si è apprezzato solo del 10%.

 

Robot, il nostro nemico.

È difficile che chi lavora nell’industria dell’auto frequenti lo stesso bar di chi fa l’advisor nella finanza. Eppure, se capitasse, scoprirebbero davanti a una birra di avere un nemico in comune, che si chiama robot. Lo scrive Barron’s notando che la paura di essere marginalizzati se non estromessi dalle macchine è ormai molto diffusa tra le tute blu dell’automotive. Ma anche a Wall Street e nelle case di brokeraggio in tutta America i financial advisor cominciano a chiedersi se i robot e le automazioni in generale possano diventare una minaccia, anche perchè i più giovani tendono sempre più a relazionarsi con i clienti online o sui social che di persona. Ma c’è speranza per il futuro della professione, almeno secondo i dati di una nuova survey di Gallup e Wells Fargo. Secondo cui il 49% degli investitori americani continua a preferire una forte relazione con un personal advisor in carne e ossa, mentre solo il 24% vede negli strumenti digitali la risorsa principale nelle decisioni di investimento. E da un anno all’altro le percentuali non sono cambiate, un sondaggio identico era stato condotto a inizio 2015.

 

Un diamante? No grazie.

Non sono solo le commodities, agricole e non, a soffrire la crisi delle materie prime. Anche i diamanti non se la passano bene, anzi soffrono più di tutti. Secondo il Financial Times l’industria mondiale dei diamanti nel 2015 ha dovuto affrontare “una tempesta perfetta di problemi” che ha colpito tutti, dai produttori, ai dealer, ai gioiellieri. E non è un problema di congiuntura avversa. Brett Arends sul WSJ è andato in profondità per scoprire che il diamante è stato uno degli investimenti più disastrosi degli ultimi 30 anni. Lavorando sui dati storici del Rapaport Diamond Index,Arends ha scoperto che in termini reali, aggiustati dall’inflazione, i prezzi delle pietre di alta qualità sono collassati fino all’80% nelle ultime tre decadi. L’indice parte dal 1978 e prende in considerazione i prezzi di pietre di alta qualità da un carato. Un diamante tipico di questa categoria nel 1978 si comprava a $6.100, oggi costa quasi $11.000. In termini reali circa la metà di quanto pagato quasi 40 anni fa.

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