Fondi azionari

Come sfruttare il trend del petrolio shale

24 Novembre 2014 - 14:30
financialounge - news
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Dopo oltre trent’anni, dal 2008 la produzione di petrolio negli USA è tornata a crescere passando da 5,1 a 8,5 milioni di barili al giorno. Merito del boom del petrolio «shale», estratto cioè dalle rocce argillose, che presenta un processo di estrazione e una resa dei pozzi profondamente diversi rispetto all’estrazione tradizionale.
Il petrolio «shale», non convenzionale, si annida nelle profondità della terra imprigionato in rocce la cui composizione argillosa ha caratteristiche di bassa permeabilità. Non si possono dunque impiegare, in questo caso, le ordinarie tecnologie di perforazione; le formazioni argillose vengono, invece, perforate da trivelle poste orizzontalmente ed enormi quantità di acqua e sabbia vengono pompate all’interno del pozzo orizzontale per sgretolare e frantumare le rocce consentendo così al petrolio di defluire fino al pozzo da dove infine viene estratto.

Negli ultimi quattro mesi lo sviluppo dell’estrazione di petrolio argilloso ha dato origine ad una correzione dei prezzi, ma secondo gli esperti è improbabile che il nuovo petrolio possa determinare la fine dell’era dei prezzi elevati per via delle sue caratteristiche intrinseche a cominciare da una caratteristica sostanziale del petrolio shale: il suo elevato tasso di esaurimento. In un pozzo convenzionale la produzione in genere aumenta nei primi due anni, raggiunge un livello che rimane costante per altri due o tre anni, comincia quindi a diminuire con gradualità ad un tasso del 6-7% annuo.
Completamente diversa è la dinamica produttiva di un pozzo di petrolio shale: il picco della produzione si registra subito, all’inizio del ciclo di produzione. Al picco fa seguito una drastica caduta e la produzione cala del 60-70% dopo appena 12 mesi. Nel secondo anno di vita la produzione del pozzo cala di un ulteriore 30-40%. Il rapido esaurimento delle potenzialità estrattive costringe le aziende produttrici alla continua ricerca di nuovi pozzi nei quali investire per contrastare il declino dei volumi.
Per mantenere la produzione stabile o in crescita c’è dunque bisogno di investimenti continui in nuove perforazioni per rimpiazzare i pozzi in esaurimento. Alle valutazioni attuali del petrolio intorno agli 80 dollari (75 in alcune regioni di petrolio argilloso), i profitti dei produttori bilanciano quasi esattamente i costi, rendendo così scarsamente redditizio questo tipo di estrazione ed innescando una contrazione della produzione. Il rapido esaurimento della produzione e la relativa riduzione dei margini dovrebbero riportare nel tempo la domanda e l’offerta di petrolio in equilibrio, verso un prezzo intorno ai 90 dollari per barile.

Come può sfruttare questo trend un investitore? Un modo pratico ed efficace per trarre vantaggio dal fenomeno del petrolio «shale» consiste nell’acquistare un paniere azioni di aziende che offrono quelle tecnologie, quei servizi e quelle infrastrutture strategiche per sostenere questa rivoluzione energetica. Più in particolare si può investire in quelle imprese specializzate nei servizi di trivellazione e di frantumazione delle rocce, nella raffinazione, nel trasporto e nello stoccaggio del petrolio estratto. Un esercizio non facile sia nella fase iniziale della selezione delle aziende sulle quali investire e sia, soprattutto, nella manutenzione del paniere azionario nel tempo: decidere cioè quali e quando vendere.

Una valida soluzione alternativa è quella di sottoscrivere fondi specializzati che investono in questo settore come, per esempio, il comparto di Swiss & Global JB Energy Transition. Circa il 10% del portafoglio di questo fondo ha infatti un’esposizione diretta al prezzo del petrolio, in gran parte con aziende che offrono servizi e infrastrutture specializzate per l’industria del petrolio e del gas shale. La correzione nelle quotazioni del greggio ha portato ad una repentina e profonda flessione nel prezzo delle azioni di queste aziende che stanno scontando quotazioni del petrolio a lungo termine tra i 70 e gli 80 dollari.
Contemporaneamente al declino dei prezzi del petrolio, il fondo è stato colpito da una correzione dei titoli del comparto small & mid cap, presenti nel portafoglio per circa due terzi. Per i gestori del fondo si è trattato di un movimento ingiustificato e, per questo motivo, ritengono che l’attuale debolezza del mercato rappresenti un’interessante opportunità d’investimento.

Ad esempio i titoli legati al solare (altro segmento sul quale il fondo è posizionato) hanno improvvisamente corretto in risposta alla riduzione del prezzo del petrolio, nonostante gli utili dell’industria del solare siano normalmente decorrelati dai prezzi del petrolio. Il solare inoltre sta attraversando un periodo di vigoroso recupero, sostenuto dalla crescente domanda dei mercati emergenti e dal contestuale teorico esaurimento delle scorte. Nel settore dell’energia eolica, un altro comparto nel quale il JB Energy Transition fund investe, il team di gestione guarda invece con attenzione alle società esposte sui mercati emergenti.
Tra queste, le aziende cinesi del settore sono state recentemente penalizzate da condizioni di vento particolarmente sfavorevoli. I manager del fondo ritengono che si tratti di aziende che abbiano buone potenzialità di crescita, i cui prezzi delle azioni dovrebbero ritornare a crescere non appena gli investitori avranno preso coscienza del buon livello delle valutazioni e le condizioni metereologiche si saranno normalizzate.
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