crescita economica

La «veduta lunga» per evitare di sprecare altri 14 anni

20 Novembre 2014 - 13:05
financialounge - news
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“In questi ultimi quattordici anni persi non solo non sono state impiantate fabbriche o creati nuovi posti di lavoro ma, come constatiamo dolorosamente in questi giorni, non sono stati rinforzati argini, o messe in sicurezza porzioni di territorio. Quattordici anni sprecati per ritrovarci a constatare amaramente che senza crescita non c’è futuro” dichiara Carlo Benetti, Head of Market Research & Business Innovation di Swiss & Global nel commento analitico L’Alpha e Beta del 17 novembre.

L’esperto, partendo dai deludenti dati di crescita italiani e dall’incontro del G20 concentrato sul ritorno di una crescita globale sostenibile, individua un punto di sintesi nelle lezioni di Federico Caffè, ricordato a Roma anche da Mario Draghi. La conclusione a cui giungo Carlo Benetti è che nessuna politica economica è efficace se non è preceduta da una «veduta lunga» che superi le contingenze del breve termine.

Ripercorriamo insieme il ragionamento dell’esperto. A Roma è stato ricordato il centenario della nascita di Federico Caffè e alla celebrazione ha preso parte anche Mario Draghi, che con Caffè si laureò nel 1970 con una tesi singolarmente profetica sul Piano Werner, il primo progetto di una unione monetaria ed economica europea. Declinando la lezione di Caffè nelle condizioni di oggi, Draghi ha definito «inaccettabile» l’attuale livello della disoccupazione in Europa, «la più grande forma di spreco di risorse, causa di deterioramento del capitale umano, incide sulle potenzialità delle economie diminuendone la crescita per gli anni a venire».

“Il lascito intellettuale di Caffè ricorda che ogni azione di politica economica deve scaturire da un pensiero, da una visione di lungo termine e proprio la mancanza di pensiero sembra il compendio delle difficoltà di questo tempo. Per lo meno in Europa l’iniziativa politica sembra priva di quella che Tommaso Padoa Schioppa chiamava «veduta lunga». Quest’ultima fa riconoscere ad esempio che il divario tra economia e finanza è uno degli squilibri da sanare” puntualizza Carlo Benetti che, subito dopo, ricorda come, all’interno dell’economia di mercato, convivano due tensioni contrapposte: una tensione creatrice, che realizza, distribuisce e fa prosperare una comunità, e una tentazione alla sopraffazione, al comportamento monopolistico.

“Le due tensioni convivono da sempre nel sistema economico ma non si distribuiscono in gruppi di operatori distinti. Una azienda può essere innovatrice e creatrice di ricchezza e nello stesso tempo detestare la concorrenza preferendo la più comoda posizione della rendita monopolistica. Compito dell’economia politica, è una delle lezioni di Caffè, è temperare l’equilibrio tra le due tensioni ed evitare che monopoli e rendite sopravanzino le energie produttive. Mai come oggi l’economia di mercato è stata pervasa da forze innovatrici così potenti e, nello stesso tempo, da una tale divaricazione della distribuzione della ricchezza” specifica Carlo Benetti per il quale correggere gli squilibri, colmare i divari è la sfida che si presenta alla classe dirigente, ed è una sfida che esige che le azioni siano precedute da una buona dose di pensiero, soprattutto per restituire senso all’economia e alle persone che dell’economia sono (dovrebbero) essere al centro.

Il fine ultimo della politica monetaria e della politica economica è promuovere comunità giuste e prospere, la «veduta lunga» sfida anche la finanza al recupero di significato, al suo legame con l’economia reale. La finanza ha molti peccati eppure resta indispensabile per la prosperità e lo sviluppo di qualsiasi sistema economico. I mercati dei capitali sono lo strumento per trasferire risorse finanziarie verso gli impieghi produttivi, il recupero della funzione di finanziamento all’innovazione, alla produzione, al lavoro: sono il tramite che salva il sistema dalla quella vulnerabilità che sette anni fa è stata l’innesco della peggiore crisi dal 1930.


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