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International Editor's Picks - 14 aprile 2014

14 Aprile 2014 09:15
financialounge -  cina International Editor's Picks IPO Nigeria occupazione start-up USA Wall Street
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Continuano le IPO da Wall Street a Hong Kong. Ma non per forza sono dot.com di nuova generazione. Il New York Times ne segnala una interessante, anche perché indica un trend che potrebbe continuare. Di che si tratta? Maiali. I cinesi sono i primi consumatori al mondo di carne di maiale, fresca, congelata, conservata nei modi più svariati. Ne mangiano metà dei 109 milioni di tonnellate prodotte in tutto il mondo ogni anno. E i prezzi di questa commodity sono uno dei più monitorati dalla Banca Centrale Cinese. Il governo di Pechino ne accumula riserve strategiche, come fanno gli americani con il petrolio. Un anno fa la cinese Shuanghui International comprò per $4,7 miliardi in contanti il produttore di carne Usa Smithfield Foods, mettendo a segno l’acquisto più grosso di una società cinese in terra americana e dando vita a WH Group. Ora WH progetta un’IPO a Hong Kong, con l’obiettivo di raccogliere $5,3 miliardi. La cosa interessante è che produrre carne di maiale costa di meno in USA che in Cina, ben il 40% in meno! Un problema di efficienza, ovviamente, non di costo del lavoro. Ma l’appeal per il mercato cinese non viene solo dai costi, ma anche dalla qualità. Il consumatore cinese preferisce rivolgersi al prodotto estero perché l’industria alimentare locale, scossa periodicamente da scandali, è vista come meno affidabile. E non tutti riescono ad allevarsi il maiale nel cortile di casa.

Se i cinesi importano dagli USA la loro carne di maiale, gli americani importano finanza dalla Cina. Il nuovo World Trade Center di New York è quasi pronto a svettare ancora più alto di quello raso al suolo l’11 settembre e Forbes ci informa che il primo inquilino sarà Feng Lun, numero uno della cinese Vantone Holdings: ha già prenotato i piani dal 64 al 69. Feng vuol creare un China Center dentro il World Center, per mettere in collegamento le imprese cinesi con quelle del resto del mondo. Un club esclusivo di cui faranno parte almeno 500 firme del paese-continente. Feng non è nato capitalista: a vent’anni nel 1979 entra nel partito comunista e intraprende una brillante carriera fino al 1993, quando affascinato dalle riforme di Deng Xiaoping con un gruppo di amici crea Vantone. Oggi sono tutti miliardari e Feng vuol allargare il giro ai colleghi occidentali. Nel 2013 gli investimenti cinesi in USA sono raddoppiati a $14 miliardi. Feng vuol aumentare il totale puntando soprattutto sull’immobiliare. Intanto per il leasing dei sei piani del WTC ha già sborsato $100 milioni.

Ormai i disoccupati americani sono tornati praticamente a livelli pre-crisi. Ma non è per forza una buona notizia. Almeno secondo CNN Money, secondo cui più gente si sistema in un posto fisso, meno gente tenta di inventarsi imprenditore. E cita i numeri a sostegno. L’anno scorso, mentre la disoccupazione calava progressivamente, sono nate 476.000 nuove imprese, soprattutto nelle costruzioni e nei servizi, il 12% in meno rispetto alle 514.000 del 2012, quando la disoccupazione mordeva molto di più. Se il trend continua, dice CNN, potrebbe innescarsi un circolo vizioso, con sempre meno startup che in definitiva vuol dire meno posti di lavoro creati.

Restiamo sulle startup e su CNNMoney, che propone un’intervista con Sam Altman, un 28enne californiano appena diventato presidente di Y Combinator, uno degli acceleratori di startup più importanti della Silicon Valley. In questa parte della California non c’è problema di natalità per le startup, e il lavoro di Altman consiste proprio nel battere il territorio della Baia per scovare quelle più promettenti. Il mandato che gli hanno affidato gli azionisti infatti è: investire, investire e investire. Y Combinator è già investita in oltre 600 imprese e ha nel carniere alcune storie di indubbio successo, come Dropbox, Reddit e Loopt. Quest’ultima è un produttore di carte di debito prepagate venduto nel 2012 per 43 milioni di dollari. Ma quella di Altman resta una boutique, che ora si trova a dover fronteggiare la concorrenza dei giganti. Non nel campo delle startup, ma in quello dei talenti. Per un giovane brillante che si immagina imprenditore di successo non deve essere facile rifiutare un’offerta molto ben pagata da Google o Facebook. Che ovviamente i talenti preferiscono averli dentro da dipendenti che fuori da possibili concorrenti. Che magari tra qualche anno sei costretto a comprare a suon di milioni. E qui torniamo al primo problema: sicurezza o rischio?

Dalla Silicon Valley all’Africa Nera. In Nigeria per la precisione. Il Wall Street Journal ha dato molto rilievo al fatto che il grande paese ha sorpassato il Sud Africa diventando la prima economia del continente quanto a PIL. È vero che il sorpasso è dovuto in parte anche a un nuovo metodo contabile e che in termini di reddito pro-capite il Sud Africa, che ha un terzo degli abitanti della Nigeria, resta il numero uno incontrastato. Ma la Nigeria, con la sua demografia esplosiva che traina reddito e consumi, diventerà sempre più un target per gli investimenti stranieri che vedono nell’Africa la nuova frontiera. Da quest’anno la Nissan inizierà ad assemblare auto direttamente in Nigeria, General Electric ha in programma investimenti per 10 miliardi di dollari in nuove turbine elettriche e Procter & Gamble ha aperto la sua seconda fabbrica di pannolini in pochi anni. Sì, pannolini. La Nigeria ha oggi quasi 170 milioni di abitanti ed è proiettata nel 2045 per il sorpasso sugli Stati Uniti con oltre 300 milioni. Ma resta un paese anche abbastanza ostile al business: nella classifica della Banca Mondiale dei paesi business friendly la distanza con il rivale Sud Africa è di 106 posizioni.
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