Anche il dollaro debole aiuta Wall Street

L'analisi
di Virgilio Chelli 4 Agosto 2020 - 15:30

Un biglietto verde meno caro sostiene i conti dei protagonisti del rally come i titoli ‘growth’, tech e ‘momentum’ perché sono i più esposti sui mercati esteri

Il dollaro americano sta viaggiando ai minimi da un paio d’anni rispetto alle principali valute, a cominciare dall’euro, e questo ispira qualche titolo che parla di un declino che prelude alla perdita dello status di valuta globale di riserva. Sembrano esagerazioni, anche perché un dollaro sotto 1,20 contro euro storicamente non è certo debole, nell’estate precedente il tracollo di Lehman era sceso fino a 1,60 per euro, per poi schizzare al rialzo nella corsa a ripararsi dal disastro, esattamente come avvenuto a marzo di quest’anno nel panico scatenato dal virus. Ora si è ridimensionato, e questo sta favorendo il rally dei titoli che sono stati finora protagonisti a Wall Street, a cominciare dai tecnologici e in generale dai titoli ‘growth’.

PREMIATA L’ESPOSIZIONE SULL’ESTERO

Il dollaro più debole fa bene a queste componenti dello S&P 500 perché sono le più esposte sui mercati esteri, e quindi un dollaro non troppo caro rappresenta un vantaggio competitivo, cioè fatturati e utili realizzati all’estero che si rivalutano quando vengono convertiti in dollari, mentre le azioni di società concentrate sul mercato interno, come utilities, real estate e finanziari, restano indietro. Teoricamente anche energetici e materiali dovrebbero essere avvantaggiati, perché molto esposti sull’estero in termini di fatturato e utili, ma qui i risultati non si vedono, almeno per ora, probabilmente per l’impatto della recessione globale su commodity e materie prime.

SCENARIO GLOBALE PIÙ DISTESO

C’è anche da dire che il recente arretramento ha riportato il biglietto verde a livelli più in linea con i trend di lungo periodo dopo la spinta al rialzo che aveva ricevuto negli ultimi due anni dalla guerra dei dazi tra USA e Cina e poi dall’esplosione della pandemia. Ora il ridimensionamento sembra collegato a uno scenario globale sia macro che di mercato molto più disteso. Man mano che le economie ripartono nelle varie parti del globo, anche le valute locali recuperano terreno, ovviamente contro il benchmark che è sempre il dollaro. E le società americane che vendono prodotti e servizi in giro per il mondo hanno il vantaggio aggiuntivo di prezzi in dollari non troppo cari.

IL PESO DEL FATTORE POLITICO

Si tratta ovviamente di fattori temporanei e congiunturali e non di una correlazione precisa tra Wall Street e il dollaro che storicamente non è mai esistita. Anche perché i fattori che influenzano il valore del biglietto verde sono tantissimi, dai tassi di interesse della Fed, ai rendimenti dei T-bond, al prezzo del petrolio, che con il dollaro ha una correlazione inversa, a quello dell’oro, fino alla politica, che in questo momento, con meno di 100 giorni che mancano al voto delle presidenziali, ha il suo peso. Quattro anni fa l’elezione a sorpresa di Trump fece fare un balzo all’insù all’indice del dollaro rispetto alle principali valute più violento di quello causato dall’esplosione della crisi da virus.