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Prepariamoci alla lunga guerra fredda del commercio

Per Martin Currie (Legg Mason) ci stiamo avviando verso un lungo periodo di scontro economico/politico che dividerà il mondo in tre aree guidate da Cina, Usa e “terzo blocco”

di Redazione 14 Giugno 2019 - 12:44

In superfice la disputa tra Washington e Pechino è di natura commerciale. In realtà, più passa il tempo più risulta evidente che si tratti di una sorta di guerra fredda sui temi tecnologici. Per gli investitori nei mercati finanziari, appaiono piuttosto tangibili le conseguenze di breve periodo, ma non sono affatto chiare le implicazioni di lungo termine mentre viene probabilmente sottostimato l’impatto strutturale sulla catena del valore e sui processi decisionali.

COME UNA GUERRA FREDDA, MA CON PIÙ PERICOLI


“Ci stiamo inesorabilmente avviando verso un lungo periodo di divergenza economica e politica, che evidenzia alcune somiglianze con la Guerra Fredda del passato, ma per certi versi è più invasivo e pericoloso per gli investitori” afferma Kim Catechis, Head of Emerging Markets di Martin Currie, affiliata del gruppo Legg Mason. L’esperto prefigura un’accelerazione nell’adozione di nuove tecnologie ma al costo di un alto rischio di sconvolgimento delle rotte commerciali con il risultato finale di una divisione del mondo in tre grandi aree di influenza: una a guida cinese, una sotto la regia di Washington e una terza che si può definire ‘il vecchio ordine globale’.

L’AREA A GUIDA CINESE


Il primo gruppo, guidato da Pechino, dovrebbe aggregare i paesi coinvolti nel progetto della Nuova Via della Seta e quelli che hanno firmato l’Rcep, il trattato commerciale sponsorizzato dalla Cina che coinvolge la maggior parte dei paesi asiatici e del Pacifico occidentale. Un insieme di paesi che beneficerà di volumi e valori di scambi crescenti, con 3,5 miliardi di persone e il 33,3% del Pil mondiale, il tutto seguendo le regole del Wto.

IL GRUPPO USA


Il gruppo Usa, oltre agli Stati Uniti, dovrebbe contemplare un numero ridotto di paesi non allineati che negli anni diventeranno meno rilevanti come partner commerciali, dal momento che la loro capacità competitiva in ambito tecnologico è destinata a ridursi negli anni. Tra questi il Regno Unito, soprattutto nello scenario di una ‘hard Brexit’.

IL TERZO BLOCCO


Il terzo ‘blocco’ infine aggregherebbe l’Unione Europea (Ue), il Giappone e alcuni paesi del sud-est asiatico e del Pacifico, in virtù dell’Accordo di partenariato economico Ue-Giappone e del Partenariato Trans-Pacifico (Cptpp). Da notare che l’accordo tra Europa e Giappone, che coinvolge 638 milioni di consumatori, il 28% dell’economia mondiale e oltre un terzo degli scambi globali, mette all’angolo il Regno Unito dopo la Brexit a cui non resterebbe che flirtare con il gruppo Usa. A questo andrebbe ad aggiungersi il Cptpp che conta a sua volta oltre 753 milioni di consumatori e il 15% dell’economia mondiale, e che mostra un aspetto di rilievo: le aziende statunitensi in questi mercati risultano allo stato attuale in condizione di svantaggio nei confronti dei loro concorrenti canadesi, australiani, giapponesi e messicani.

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PROFONDE IMPLICAZIONI SUI MARGINI AZIENDALI


In tutti i casi, tiene a specificare Kim Catechis , si tratterebbe di uno sconvolgimento permanente delle catene globali del valore che produrrebbe, a sua volta, profonde implicazioni sui margini di profitto aziendali praticamente in tutti i settori. E’ probabile inoltre che, col passare del tempo, sulle economie si concentrino anche tutti gli effetti secondari con inevitabili pressioni inflazionistiche, che a loro volta innescheranno un innalzamento dei tassi di interesse e ulteriori pressioni sui margini.

BORSE IN CALO DEL 20%?


Ma dal momento che i mercati azionari non sembrano avere ancora incorporato i possibili effetti a lungo termine sul mondo delle imprese, cosa potrebbe accadere agli indici di Borsa? In base a un recente report di Ubs sull’impatto sulla crescita economica, sull’inflazione e sui mercati finanziari, i tassi di interesse dovrebbero risultare colpiti più delle valute, e tutti i mercati azionari potrebbero arrivare a perdere circa il 20%. Pesanti ripercussioni anche sulla crescita del Pil mondiale che, sempre in base al report di Ubs, potrebbe diminuire dell’1%, con i effetti negativi soprattutto sulla Cina (-2,3%) e sugli Usa (-2,45%). Un altro report, a cura dell’Australian Productivity Commission, sostiene invece che se tutti i paesi alzassero i dazi del 15%, il Pil globale scenderebbe del 2,9%.
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