dividendi

News & Views – 17 luglio 2017

News & Views Insight dalla redazione di FinanciaLounge su quello che si muove nelle economie e nei mercati.

17 Luglio 2017 09:47
financialounge -  dividendi donald Trump Emmanuel Macron Janet Yellen News & Views
financialounge -  dividendi donald Trump Emmanuel Macron Janet Yellen News & Views

Attenzione! Trimestrali in arrivo
Quelle che hanno appena cominciato a uscire a Wall Street sono più importanti del solito. Finora abbiamo avuto qualche grande banca, da JP Morgan a Citi a Wells Fargo, con risultati buoni e qualche delusione da trading. Mercoledì si prosegue alla grande con Alcoa. I risultati del secondo trimestre questa volta sono più importanti del solito perché daranno la direzione al mercato più dei dati su inflazione e consumi e più delle parole di Janet Yellen. Ma attenti, non bisogna guardare le solite cose, tipo se battono o no il consensus degli analisti. Bisogna guardare se i numeri dicono che dividendi e buy back sono sostenibili in futuro. Spieghiamo perché. Con i tassi sempre ai minimi, la gente compra azioni non perché spera che i prezzi salgano, ma perché punta a un rendimento più alto di quello dei T-bond o altri bond investment grade. Finché gli utili sono abbastanza grassi da rendere sostenibili dividendi elevati e buy back, va bene. Non importa che i prezzi non salgano ancora, basta che non scendano troppo. Ogni taglio ai dividendi e ogni cancellazione di buy back invece deve far accendere la luce rossa.

Germania accerchiata?
Sì ma non dai paesi del Club Med guidati dall’intrepido Macron. A leggere l’Economist di questa settimana l’accerchiamento lo starebbe architettando Donald Trump insieme a Polacchi, Cechi, Croati e altre nazioni di un Est Europa che finora è stato l’inesauribile serbatoio di manodopera qualificata e a basso costo su cui si basano il surplus commerciale e l’egemonia economica teutonici. Secondo il giornale Merkel e compagni temono che Donald Trump nel suo recente incontro con Vladimir Putin abbia stretto una specie di Yalta 2.0 per dividere di nuovo l’Europa come fecero nel 1945 Roosevelt, Churchill e Stalin. Prima di vedere Putin, Trump era stato a Varsavia, nella sede dell’Iniziativa dei Tre Mari, un progetto lanciato da Polonia e Croazia per fondare un’alleanza dal Baltico fino al Mar Nero con affaccio sull’Adriatico. Insomma, ricreare l’Europa dell’Est dei tempi della cortina di ferro, solo che a fare da protettore questa volta ci sarebbe l’imperatore americano, d’accordo ovviamente con lo Zar Russo. Lo scenario è abbastanza fantapolitico, ma l’Economist lo supporta con delle memo riservate che circolano a Berlino cui avrebbe avuto accesso.

Fiuto napoleonico
Restiamo sull’Economist, questa settimana prolifico di scenari fantapolitici. Immagina un Macron che inaugura la nuova sede della presidenza francese alla festa della Bastiglia nel luglio del 2026, alla fine del suo secondo mandato, trasferita dal palazzo dell’Eliseo trasformato in Museo in un grattacielo che svetta nel nuovo modernissimo quartiere periferico di Seine-Saint-Denis, a simboleggiare la riconciliazione di Parigi con la sua sterminata e turbolenta banlieue, una riconciliazione che simboleggia nove anni di presidenza stellare del giovanotto. Suggestivo. Certo, le immagini di Macron e Trump che passano in rassegna le truppe sotto l’arco di trionfo come due generali imperiali nel giorno della Bastiglia, ma anche in quello del centenario dell’entrata in guerra degli Stati Uniti nel primo conflitto mondiale, sembrano prefigurare un futuro smagliante per il giovane presidente, che rinsalda i rapporti secolari con un’America più avversaria che mai della Germania, sconfitta una prima volta da americani e francesi proprio in quella guerra. Un ruolo che avrebbe potuto interpretare la povera Theresa May, se avesse stoffa politica. Macron tuttavia deve ancora essere testato davvero. Vediamo come reagiscono le banlieue quando dovrà mettere mano al troppo generoso stato sociale francese. C’è però da dire che ha un fiuto speciale, diciamo napoleonico, per annusare dove tira il vento. Non come il povero Renzi che sta ancora lì a parlare di Obama.
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