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Trattori e riforme agricole: i racconti tra Giappone ed Europa

Due piani agricoli uguali, chiamati con due nomi diversi e riportati con parole differenti. Lo stesso intento ambientalista, ma risultati opposti: tra Ue e Giappone la comunicazione divide il settore agricolo in due scenari diversi

di Lorenzo Cleopazzo 11 Febbraio 2024 09:30
financialounge -  agricoltura economia sunday view
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Eccoci qui, dove non vorremmo essere. O meglio, dove non vorremmo più essere. Ci siamo stati fin troppo tempo, e in realtà contavamo di superare questo momento da un pezzo.

Eccoci qui, a battere il dito in un sordo e ritmato tap-tap-tap; a muovere su e giù il ginocchio, che l’unico rumore che produce è lo sfregamento dei tessuti; o ancora a schiarirci la voce in continuazione, a guardare l’orologio al polso o quello sul display, uno sbuffo allargando le mani. E poi perché no, un bel colpo di clacson a coprire e censurare gli improperi lanciati dietro i tergicristalli, come farebbe un qualunque tecnico in post-produzione che taglia e cuce i frame del nostro tragitto in auto.

Perché quando ci si trova un bestione del genere di fronte a noi, sulla strada, non riusciamo a trattenerci: l’automobilista butta fuori una fretta che prima non aveva; inizia a fare calcoli astrusi su quanti minuti gli farà perdere quel dannato trattore, finendo immancabilmente per dare un altro colpo di clacson, che la fretta non aiuta nei calcoli.

No, nel Sunday View di questa settimana non vogliamo parlare di quelli che sono stati più volte riassunti come “i trattori”. Non proprio. Più che della protesta che ha affollato gli spazi mediatici, questa settimana ci piacerebbe far luce sulle differenti prospettive che sono sorte attorno a un caso singolare, tanto simile al nostro da essere raccontato in maniera differente.

Qualche settimana fa abbiamo parlato delle distanze tra Argentina e Giappone. Oggi, però, al posto di Buenos Aires ci siamo noi.

LA SCELTA DELLE PAROLE


Torakutā, così a Tokyo traducono “trattore”. E così lo scriverebbero i media giapponesi, se avessero delle proteste simili alle nostre da raccontare. E invece succede che dall’altra parte del mondo, non solo la categoria degli agricoltori non è in rivolta, ma il governo rilancia il settore con un Green Deal nuovo di zecca. In soldoni: ciò che manda su tutte le furie i nostri agricoltori, nell’arcipelago nipponico viene preso e riciclato in un piano molto simile al nostro, nato come Measures for Achievement of Decarbonisation and Resilience with Innovation, poi semplificato in MeaDRI. Una sigla che detta così non sembra indicare nulla di particolarmente simpatico, e forse è anche per questo motivo che è stata poi “giapponesizzata” con il termine Midori.

La scelta di questa parola non è casuale: questo termine, infatti, racconta il mondo vegetale in tutto il suo splendore, non solo è usato per indicare le foreste e tutto ciò che è compreso nel campo semantico della natura e dell’ambiente – a cui la cultura giapponese è legata a doppio filo –, ma anche per esprimere il verde pieno e vivace dei germogli e delle giovani foglie. Un termine che rinverdisce anche la prospettiva che si ha delle norme che questo piano prevede per l’agricoltura giapponese. Come dicevamo, le mosse del governo di Tokyo per aiutare e sviluppare il settore primario vedono una riduzione del 50% dei pesticidi e del 30% dei fertilizzanti chimici entro il 2050, aumentando così i terreni agricoli destinati all’agricoltura biologica – circa il 25% del totale, ovvero un milione di ettari. L’idea è quella di dotare il Paese di un sistema agricolo solido e sicuro, capace di reggere alle instabilità che stanno vessando la cartina geopolitica.

Il bello? Che questo obiettivo è una priorità sia del Giappone che dell’Italia, così come di altri Paesi europei – Germania e Francia in primis –, dove però si è creato un moto di protesta per le nuove normative europee sull’agricoltura. Il Green Deal europeo ha in piano di tagliare il 55% delle emissioni nette entro il 2030, per poi azzerarle entro il 2050. Per farlo, però, deve vincolare i membri dell’Unione ad alcune misure che impattano la vita del settore agricolo, spingendo per la riconversione di un quarto dei propri terreni coltivati all’agricoltura biologica, oltre a ridurre drasticamente l’uso di pesticidi. Insomma, tutto proprio come in Giappone, solo che da loro non ci sono torakutā che bloccano le strade. Possibile che “midori” sia una parola molto più piacevole per i giapponesi di quanto lo siano “green deal” per gli europei?

COMBATTERE IL LINGUAGGIO


“Noi lottiamo contro il linguaggio”. Questo virgolettato non appartiene a un nome qualsiasi, o a uno di quegli Anonimo che riempiono i siti d’aforismi. Queste parole sono state scritte da un certo Ludwig Wittgenstein, un filosofo che in quanto a pensiero ha fatto la storia, uno che è stato definito “il più perfetto esempio di genio che abbia mai conosciuto” da un altro gigante come Bertrand Russell. La frase di Wittgenstein è esemplare ed esemplificativa: le parole plasmano il modo in cui noi pensiamo a qualcosa, in cui noi vediamo il mondo e ciò che avviene al suo interno. Un esempio concreto è la differenza che gli antichi facevano tra Espero e Fosforo, tra la stella della sera e quella del mattino, tra un astro che annunciava la notte e l’altro che anticipava la luce. Due corpi celesti che si credevano distinti, ma che si sono poi rivelati essere il medesimo ente, ovvero il pianeta che oggi chiamiamo Venere.

Per il nostro Wittgenstein il mondo è un insieme di fatti, e il linguaggio scelto per rappresentarli deve attenersi alla logica, unica vera strada per pensare ed esprimere il mondo nella maniera corretta. Laddove ci lasciamo deviare da un linguaggio errato, fallace o semplicemente confusionario, allora ci perdiamo nelle apparenze. Non a caso, forse, nel suo Ricerche filosofiche, sempre Wittgenstein scriverà che “Una delle fonti principali della nostra incomprensione è il fatto che non vediamo chiaramente l'uso delle nostre parole”.

CON E CONTRO


Eppure “Midori” e “Green deal”, sia nei contenuti che nei nomi scelti, non sono così dissimili. La differenza maggiore tra Vecchio Continente e Paese del Sol Levante sta forse nella risonanza mediatica che è stata data e come è stata data, perché oltre all’ampia copertura – sacrosanta e deontologicamente doverosa – dei fatti, sulle colonne hanno trovato ampio spazio la definizione delle sfide burocratiche e la lentezza dei pagamenti dei fondi comunitari – oltre all’analisi delle cause di queste –, alimentando così malcontento e frustrazione dei diretti interessati.

Qui la frase di Wittgenstein sul combattere contro il linguaggio può tornare utile in differenti modi, non solo perché è immediatamente riconducibile a un uso ragionato della nostra lingua, ma anche perché facendo un po’ il suo gioco, noi potremmo riscrivere lo stesso significato con 3 lettere in meno. Ecco che, togliendo -tro, anziché “lottare contro il linguaggio” avremo “lottare con il linguaggio”, permettendoci così di volgere il linguaggio sia come nostro avversario, sia come nostro alleato contro il linguaggio stesso. Perché quando si deve raccontare un fatto, contro la fallacia della parola, non c’è arma migliore della parola stessa. I nostri media lo sanno bene, ché coi loro racconti hanno spesso saputo spiegare molto bene ciò che vive dietro e dentro una protesta come questa. Rimane tuttavia il fatto di chi sceglie di schierarsi con o contro certe posizioni. Con o contro una svolta sempre più attenta alle tematiche ambientali, che si chiami Green Deal o Midori.

BONUS TRACK


Wittgenstein l’ha detta a modo suo, di certo più elegante e versatile di un classicone come “non si può più dire niente”.
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