Space Economy non è solo solo turismo spaziale ma occasione d’investimento a tutto campo

A differenza della corsa allo spazio tra USA e URSS finanziata dai governi, la nuova frontiera di oggi è aperta a tutti gli investitori con sbocchi in moltissimi settori, grazie al crollo dei costi e all’innovazione tecnologica

di Virgilio Chelli 17 Aprile 2023 08:19

financialounge -  Bullettin investimenti mercati Space Economy
La corsa allo spazio degli anni Sessanta, culminata con lo sbarco dell’uomo sulla luna, regalò a tutti i ‘terrestri’ una formidabile ricaduta di innovazioni e applicazioni tecnologiche che avrebbero cambiato profondamente le produzioni e i consumi nel ventennio successivo all’ultima missione Apollo, nel 1972. Lo sforzo americano per raggiungere e sorpassare alla grande l’URSS nella corsa allo spazio è stato anche un colossale incubatore, che con circa 25 miliardi di dollari di allora sviluppò di 6.300 nuovi prodotti, tecnologie e soluzioni mai viste prima, coinvolgendo 60.000 scienziati e ingegneri e 20.000 aziende. Dagli smartphone ai microcomputer, alla sostituzione delle vecchie valvole con transistor e circuiti integrati, fino alle chiusure in velcro oggi diffusissime per abiti e accessori, un gigantesco fall-out tecnologico cambiò la vita di consumatori e imprese nei decenni successivi, con 7 dollari ricaduti sul pianeta terra per ogni dollaro investito nella corsa alla luna.

LA NUOVA FRONTIERA NON È SOLO TURISMO SPAZIALE


Oggi ci risiamo? La space economy da qualche tempo è tornata a fare titolo, grazie alle intuizioni visionarie di Elon Musk ma non solo, ma viene declinata sui media soprattutto in termini di ‘turismo spaziale’, viste le cifre che il popolo dei miliardari terrestri è disposto a spendere. In realtà la dimensione economica e finanziaria della ‘nuova frontiera’ è grande almeno quanto quella di 40 anni fa, ma con notevoli differenze. Allora, i miliardi necessari li mettevano i governi, soprattutto americano e sovietico, che bruciò gli ultimi soldi prima del collasso dell’Impero del Male proprio nella rincorsa inutile allo scudo stellare di Ronald Reagan. Fu un ‘affare’ colossale per i consumatori di tutto il mondo, ma non tanto per gli investitori, la NASA non faceva IPO per finanziare i programmi Apollo. Oggi le dimensioni sono cambiate, sia in termini di disponibilità di capitali privati, che possono mettere sul piatto più risorse dei governi, sia in termini di costi.

CROLLATI I COSTI PER ANDARE IN ORBITA


In un recente report, McKinsey ha calcolato che il costo per mandare materiale in orbita a bassa quota è crollato da 65.000 dollari al kilo a 1.500 dollari, grazie al design computerizzato, tecnologia 3-D e altre innovazioni, mentre anche la frequenza sempre più intensa di lanci nello spazio, soprattutto da parte di operatori come SpaceX, aiuta con economie di scala. Grazie alla Ricerca & Sviluppo i costi sono destinati a crollare ancora. Relativity Space, grazie alla combinazione di 3-D, intelligenza artificiale e robotica autonoma sta sviluppando una flotta di vettori spaziali low-cost interamente riusabili, con il primo lancio in programma nel 2024 da Cape Canaveral, in Florida. Da segnalare anche la lombarda D-Orbit, quotata al Nasdaq, che produce un sistema di guida per spostare i satelliti da un’orbita all’altra.

OPPORTUNITÀ DI INVESTIMENTO COLOSSALE MA NON FACILE DA COGLIERE


Insieme ai costi calano anche peso e dimensioni dei satelliti, anche qui grazie a capitali privati e tecnologie come pannelli solari e batterie più efficienti. Per mandare in orbite lontane i pesanti satelliti dei programmi governativi servono fino a 1 miliardo di dollari l’uno, mentre per quelli commerciali più piccoli in orbite basse possono bastare 100.000 dollari o persino meno, visto che spesso non sono più lanciati singolarmente ma in intere costellazioni. Le applicazioni e le ricadute sull’intera economia sono immense, e non certo limitate al turismo spaziale che resta una nicchia, anche se fa titolo. Ma anche, e forse questa è la principale novità, a differenza di 40 anni fa la grande frontiera dello spazio che si riapre è una colossale opportunità di investimento, anche se coglierla non è facilissimo.

SORPRESE INATTESE E GRADITE PER GLI AZIONISTI


Le società quotate non mancano, e possono riservare sorprese inattese quanto gradite agli azionisti. Come è successo per quelli della Maxar Technologies, basata a Westminster in Colorado, legata alla Difesa americana a cui ha fornito dati satellitari vitali in occasione della guerra in Ucraina, che fino allo scorso dicembre viaggiava a Wall Street intorno ai 20 dollari, con alle spalle una storia di fortissima volatilità che non incoraggiava gli investitori retail. Poi è arrivata Advent, che ha messo sul piatto più del doppio della quotazione al Nasdaq, 53 dollari per azione tutti in cash per l’intero capitale per un totale di 6,4 miliardi di dollari. Per chi l’aveva in portafoglio un bel regalo di Natale.

VALORE MOLTIPLICATO INSIEME AL NUMERO DELLE STARTUP


C’è chi sostiene che non si è mai visto un momento migliore per investire nello spazio, e non solo per sfruttare la voglia di spendere in turismo esotico di eccentrici miliardari. A livello globale il settore ‘vale’ qualcosa come 500 miliardi di dollari, è un continuo fiorire di startup, ma moltissime non sono quotate e neanche note al grosso della platea degli investitori, anche perché gli ambiti settoriali spaziano dall’agricoltura alla farmaceutica, dalla mobilità alla cosmetica fino ovviamente alle telecomunicazioni e alla difesa. Però ci sono i fondi specializzati, come il Next Generation Space Economy proposto da Neuberger Berman, i cui asset spaziano da grandi nomi come Teledyne, Motorola e Airbus fino a realtà meno note come l’americana Rocket Lab, leader nei lanci di satelliti low-cost.

BOTTOM LINE


La space economy è ancora dominata dai governi, ma i loro investimenti in R&D sono scesi dal 70% al 50% del totale nell’ultimo decennio, quelli privati sono decuplicati a 10 miliardi di dollari, e le proiezioni stimano un sorpasso nell’arco di 20 anni, mentre le startup spaziali private sono raddoppiate ogni anno tra il 2010 e il 2018. I big tech USA si stanno assestando e somigliano sempre più a titoli ‘value’ che ‘growth’. Forse per individuare le FAANG del futuro l’investitore deve alzare lo sguardo, verso lo spazio.

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