L'analisi

La difficile sfida all’inflazione delle banche centrali: finora niente passi falsi

Candriam, in un’analisi di Nicolas Forest, Global Head of Fixed Income, sottolinea che la grande incognita riguarda il livello dei tassi alla fine del ciclo e avverte su due rischi: perdita di indipendenza e troppa rigidità

di Virgilio Chelli 5 Dicembre 2022 12:22
financialounge -  banche centrali Candriam Federal Reserve inflazione mercati Nicolas Forest
financialounge -  banche centrali Candriam Federal Reserve inflazione mercati Nicolas Forest

Molti gli insegnamenti si possono trarre da quest’anno di rialzi dei tassi. La FED è riuscita nella sua missione, mentre l'inflazione nell'Eurozona rimane elevata e il margine della BCE è stretto, visti i potenziali rischi, in particolare di destabilizzazione finanziaria. Nel 2022 le banche centrali hanno aumentato i tassi in modo quasi unanime e senza precedenti. Da questi mesi si possono già trarre tre lezioni: le banche centrali non sono in grado di fare previsioni accurate, l’imitazione monetaria ha ancora preso il sopravvento su qualsiasi indipendenza, con la FED prima e più aggressiva nella stretta monetaria, la lotta all'inflazione è diventata la priorità, anche a rischio di portare l'economia mondiale a un grave rallentamento.

PER LA FED "MISSIONE COMPIUTA"


Nicolas Forest, Global Head of Fixed Income di Candriam, prevede che nel 2023 l'inflazione rimarrà ben sopra l'obiettivo del 2%, costringendo le banche centrali a mantenere alti i tassi più a lungo. Fattori più organici, come i cambiamenti demografici e la transizione energetica, potrebbero pesare in modo più strutturale sui prezzi. La grande incognita per il 2023 sarà prevedere il terminal rate per le diverse zone. Negli USA, la Fed ha aumentato i tassi nel modo più aggressivo degli ultimi 40 anni. Secondo Forest “Missione compiuta”.

INFLAZIONE PIÙ DIFFICILE DA CONTROLLARE PER LA BCE


Con quattro rialzi eccezionali di 75 punti base che hanno portato i Fed fund al 4% e un'ambiziosa politica di riduzione del proprio bilancio, la FED è riuscita a pesare sulle dinamiche inflazionistiche senza destabilizzare il sistema finanziario. Secondo l’esperto di Candriam potrebbe effettuare altri due rialzi nel 2023 e stabilizzare i tassi intorno al 5,25%. La gestione del tasso finale sarà delicata, poiché il cuscinetto di risparmi delle famiglie maschera gli effetti ritardati dell'aumento dei tassi a lungo termine sull'economia Nell’Eurozona la BCE ha posto fine ai tassi negativi aumentando a un ritmo senza precedenti, oltre 200 punti base in cinque mesi, ma l’inflazione resta difficile da controllare.

RISCHIO SPIRALE PREZZI-SALARI


Mentre si prevede che i prezzi dell’energia si stabilizzeranno nel 2023, Forest osserva che l’ultimo accordo dei lavoratori tedeschi prevede aumenti dell’8,5% in due anni e fa temere una spirale prezzi-salari. Inoltre, i governi europei stanno sostenendo i consumi, a rischio di favorire il consolidamento di un’inflazione più alta, per cui la stretta monetaria avviata dalla BCE non è destinata a fermarsi, per portare il tasso di deposito al 3%. Un compito complicato da politiche fiscali espansive. La BCE dovrà alzare i tassi mentre la FED avrà già raggiunto il suo tasso terminale: un gioco di equilibri per evitare un apprezzamento troppo forte dell’euro.

DUE RISCHI DA MONITORARE NEL 2023


Al di là delle previsioni sui tassi, Forest avverte su due rischi da monitorare nel 2023. Il primo è una potenziale collisione tra politica fiscale e monetaria, evidenziato dalla parabola di Liz Truss nel Regno Unito. Il secondo è un irrigidimento sbagliato. Troppi rialzi dei tassi potrebbero destabilizzare il sistema attraverso i fondi pensione o il mercato immobiliare. Un errore finora evitato, ma secondo l’esperto di Candriam sarà necessario alzare la guardia. La stretta monetaria dovrebbe terminare nel 2023 e Forest spera “che non si concluda in una marcia al supplizio”.
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