GAM non crede alla “fine del dollaro”: ecco perché

Fine di un'epoca?
di Virgilio Chelli 15 Settembre 2020 - 12:40

La correzione del 10% dell’indice del dollaro iniziata a marzo non riflette un declino storico del biglietto verde, ma solo l’aggiustamento del differenziale dei tassi, un trend che potrebbe aver raggiunto il limite

Il dollaro non è entrato in una fase di declino storico come valuta di riserva globale e come moneta dominante di scambio e investimento, ma è solo entrato da marzo in una fase di correzione che potrebbe essere vicina all’esaurimento. Il dollaro è sceso contro euro e altre valute perché si è ristretto molto il differenziale di rendimento, ma ora il restringimento dello spread dei tassi con l’euro sembra vicino ai suoi limiti, mentre bisogna sempre ricordare che gli Stati Uniti offrono agli investitori l’accesso a mercati e settori semplicemente non disponibili altrove, con i potenti indici S&P 500 e Nasdaq 100, con le loro aziende innovative e il loro management di alta qualità, mentre i Treasury statunitensi, sostenuti dalla piena fiducia e dal merito di credito del governo americano, offrono la sicurezza richiesta dagli investitori istituzionali di tutto il mondo.

INTACCATI I PORTAFOGLI NON USA

Sono le conclusioni cui giunge un’analisi di Julian Howard, Lead Investment Director, Multi Asset Portfolios di GAM Investments, che non crede che la correzione del 10,4% nell’indice del dollaro dal 20 marzo al 31 agosto sia la prova dell’imminente fine del dollaro come principale valuta di riserva al mondo, e dello status di superpotenza dell’America. L’esperto di GAM Investments nota anche che il calo del biglietto verde cominciato a marzo ha avuto un effetto silenzioso ma corrosivo sui rendimenti netti degli investitori non americani, poiché la performance in dollari va tradotta in una valuta “domestica” più forte, come euro o sterlina, e se il calo del dollaro dovesse continuare potrebbe avere profonde conseguenze sui portafogli degli investitori non statunitensi.

LA SFIDA IMPROBABILE DEL RENMINBI

Howard ricorda che prima del dollaro l’unica grande valuta di riserva era stata la sterlina, la cui perdita di status è stata lenta e tortuosa e segnata dal declino dell’Impero e da due guerre mondiali rovinose. Oggi, anche se il deficit federale degli Stati Uniti punta al 15% del PIL con connessa diminuzione della potenza di fuoco finanziaria, il Tesoro americano può comunque indebitarsi a meno dell’1%, con la Fed che acquista aggressivamente T-bond. Quindi la posizione privilegiata e consolidata del dollaro difficilmente verrà meno in tempi brevi: gli scambi internazionali restano per lo più denominati in dollari USA, la cui stabilità rappresenta una garanzia. Anche la presunta minaccia del renminbi cinese ha davanti gli ostacoli della piena convertibilità, della libertà limitata ai movimenti di capitale e della diffidenza che ancora pesa sulle istituzioni finanziarie cinesi, compresa la banca centrale.

LA GARANZIA RAPPRESENTATA DALLA FED

Secondo l’esperto di GAM, invece, proprio una Fed rispettata perché indipendente e pronta a contrastare le interferenze politiche gioca a favore del dollaro. Il recente declino del dollaro è modesto rispetto agli standard storici e secondo Howard si spiega meglio con le forze di mercato a breve termine, in particolare con i differenziali dei tassi di interesse: un anno fa il Treasury USA a 10 anni offriva oltre il 2% in più del bund tedesco corrispondente e un euro valeva solo 1,10 dollari, oggi lo stesso Treasury rende solo l’1% circa di rendimento in più rispetto al Bund e di conseguenza un euro vale quasi 1,20 dollari. L’espertodi GAM nota anche che la Fed, nonostante la recente svolta sull’inflazione, si è fermata prima di una piena “europeizzazione”, escludendo fermamente i tassi di interesse negativi. Per questo un po’ più di debolezza del dollaro potrebbe essere possibile, ma se la BCE persegue una politica dei tassi negativi ancor più profonda allora i differenziali si ribalteranno a favore del Treasury e del dollaro.

PER EURO E STERLINA I PROBLEMI NON MANCANO

L’analisi di GAM conclude osservando che può essere facile lasciarsi affascinare dalla narrazione del declino epocale degli Stati Uniti, ma gli andamenti storici e il quadro strutturale del dollaro USA nel sistema finanziario e commerciale internazionale suggeriscono un eventuale declino richiederà più dei soli cinque mesi di calo della valuta di quest’anno. E nota anche che i due “cross” più popolari del dollaro, euro e sterlina, si trovano ad affrontare profonde problematiche strutturali, come demografia e bassa crescita nell’Eurozona e il tormentone irrisolto della Brexit per il Regno Unito, che potrebbe perfino esitare nella perdita della Scozia.