donald Trump

International Editor’s Picks – 13 febbraio 2017

13 Febbraio 2017 10:02
financialounge -  donald Trump germania inflazione International Editor's Picks isis Mario Draghi tassi di interesse
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Trump, l’untore corteggiato
Finalmente il nuovo presidente americano ha assegnato un nome a tutte le catastrofi che minacciano l’ordine economico e la crescita globale: il suo. I regolatori della finanza lo indicano come il principale rischio per il sistema creditizio, che con la sua deregulation potrebbe tornare a far deflagrare di nuovo il pianeta. Le agenzie di rating si accodano, e qualche giorno fa Fitch l’ha indicato come il rischio principale per la stabilità dei paesi a cui assegna i suoi rating. E i politici europei alle prese con le elezioni in Francia e Germania usano il suo nome per squalificare gli avversari politici. Come ha fatto nel weekend il ministro delle Finanze tedesco Schaeuble che ha definito “populista come Trump” lo sfidante della Merkel alla cancelleria Martin Schulz, opponendolo all’italiano Padoan, responsabile e con la testa sulle spalle. E l’incubo Trump è evocato in Francia nell’ipotesi sciagurata che la Le Pen possa vincere le presidenziali. Ma intanto c’è la coda per farsi ricevere alla Casa Bianca da The Donald o almeno per parlarci al telefono. L’ha fatto nei giorni scorsi il presidente cinese XI per farsi rassicurare sul fatto che per gli americani c’è una sola Cina, la sua (ma intanto Trump con Taiwan ci ha parlato sempre al telefono prima di lui). Il giapponese Abe è stato più fortunato, forse perché ha portato in regalo la promessa di investire miliardi di dollari in America, ed ha addirittura avuto l’onore di fare una partita a golf con il Presidente in Florida. La stessa Germania di Schaeuble e della Merkel gli fa la corte, anche se senza clamore, e fa scrivere al viceministro delle Finanze Spahn sul WSJ che gli americani non devono preoccuparsi per l’euro troppo debole denunciato da Trump perché una stretta monetaria arriverà presto in Europa, come abbiamo riportato nei giorni scorsi su FinanciaLounge. Insomma, un gioco scoperto e forse un po’ infantile: il Trump uomo nero da usare come spauracchio per catturare le simpatie dei moderati, ma Trump imperatore corteggiato nella speranza di portare a casa qualche trattamento di favore. A noi sembra un gioco lose-lose, la ricetta perfetta per perdere.

L’incubo inventato dei tedeschi
L’hanno nel DNA, da quando si sono scottati con l’iperinflazione degli anni 20 che ha poi portato al nazismo ma anche da molto prima, come testimonia la leggenda di Faust raccontata da Goethe, secondo cui Mefistofele tentava l’imperatore ossessionato dai debiti suggerendogli di stampare banconote con sopra la promessa che sarebbero state ripagate in oro. Il mostro dell’inflazione che rialza la testa anche come conseguenza dei tassi di interesse zero e sottozero inventati da Draghi sarà un piatto forte della lunga campagna elettorale per la cancelleria tedesca. L’argomento tassi-inflazione già viene usato come una clava dal centro-destra di Merkel e Schaeuble per spaventare l’elettorato sulle conseguenze nefaste di una vittoria del socialdemocratico Martin Schulz, che a sorpresa è in testa in alcuni sondaggi. Ma è vero che i tedeschi non dormono la notte perché sono terrorizzati dal ritorno dell’inflazione? Su SeekingAlpha, Adam Whitehead si è occupato di smontare quest’argomento, sottolineando che il recente rialzo dei prezzi in Europa e in Germania è dovuto soprattutto alla dinamica del petrolio, e non necessariamente sarà duraturo. Ma soprattutto tira fuori una survey della Commissione europea secondo cui la percentuale di tedeschi che ha percepito un significativo aumento dell’inflazione a fine 2016 era sceso frazionalmente rispetto al 2015 e comunque viaggia intorno al 5 per cento, uno su venti, mentre la stragrande maggioranza percepisce prezzi fermi o in crescita tra lieve e moderata. Draghi non è Mefistofele e forse su Schulz questa volta i sondaggi ci azzeccano.

Attrazione fatale
A che punto è la guerra contro l’ISIS, il califfato islamico che destabilizza il mondo arabo dall’Eufrate al Mediterraneo e minaccia l’Europa con le sue incursioni terroristiche? Se ne sa e se ne scrive poco, anche perché lo Stato Islamico sta mostrando una capacità di ricomporsi e riapparire che era sconosciuta ad altre organizzazioni simili in passato, come Al Quada. I principali terreni di scontro sono l’Iraq, dove scacciato dalle città l’IS si sta ricomponendo nel deserto da dove è nato, la Siria e la Libia. Ma il fronte è molto più articolato, e ogni situazione ha la sua storia da raccontare. Come quella che abbiamo trovato su The Times of Israel che racconta di un’inedita migrazione dei militanti di Hamas della striscia di Gaza nelle file dell’IS nel Sinai e in Egitto. Hamas è fondamentalista, con ramificazioni terroriste, ma è anche una forza di governo a Gaza. L’IS è fuori legge, almeno ufficialmente, in tutti gli stati dell’area. In comune hanno l’ispirazione sunnita, a differenza dagli Hezbollah libanesi, che somigliano a Hamas per la loro vocazione “governativa” ma sono sciiti. Li distingue invece la relazione con l’Egitto, che sostiene apertamente Hamas ma combatte senza tregua l’IS sul suo territorio. La migrazione da Hamas all’IS è quindi destabilizzante prima di tutto per il Cairo. Ma è anche il sintomo di un’eccezionale forza di attrazione che l’IS nonostante le sconfitte sul campo riesce a esercitare. Tra Berlino, Bruxelles e Parigi circola qualche idea su come venirne a capo?
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