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International Editor’s Picks – 14 novembre 2016

14 Novembre 2016 09:36
financialounge -  donald Trump giappone International Editor's Picks Malcolm Turnbull migranti Shinzo Abe Trans-Pacific Partnership USA
financialounge -  donald Trump giappone International Editor's Picks Malcolm Turnbull migranti Shinzo Abe Trans-Pacific Partnership USA
Si apre il fronte del Pacifico
La Trans-Pacific Partnership, almeno nella versione firmata dall’Amministrazione Obama a ottobre 2015 con il Giappone e altri 10 paesi, praticamente non esiste più. I leader del Congresso hanno fatto sapere alla Casa Bianca che non andranno avanti nel processo di ratifica del trattato durante la transizione presidenziale, dato che Trump lo ha già bocciato. Per questo sarà molto interessante giovedì vedere come va a New York l’incontro del primo ministro giapponese Shinzo Abe con il presidente eletto, anticipato dal FT. L’incontro, il primo con il capo di un grande paese, arriva anche dopo le critiche di Trump al Giappone e ad altri alleati (leggi Europa) per non sostenere adeguatamente i costi delle basi americane. La cosa interessante è che la TPP era stata vista soprattutto come una mossa di Obama diretta a contrastare la crescente influenza di Pechino in Asia-Pacifico. E la Camera dei deputati giapponese ha già votato la ratifica settimana scorsa. La Cina è sicuramente più in alto del Giappone nella lista nera dei partner commerciali scorretti secondo Donald Trump. E ora la Cina potrebbe approfittare del collasso della TPP per portare avanti un proprio progetto alternativo, ovviamente che escluda gli USA. Trump e Abe avranno molto da dirsi, e da scambiarsi, a New York.

I migranti, l’Australia e The Donald
Forse c’è una ragione molto precisa per cui uno dei primi capi di governo del mondo a ricevere una telefonata dal neo eletto Donald Trump è stato il primo ministro australiano Malcolm Turnbull. Lo stesso Turnbull infatti proprio ieri ha rivelato, come riporta la stampa americana, di aver raggiunto un accordo con gli USA per riallocare in territorio americano un migliaio di rifugiati attualmente detenuti nei campi delle isole del Pacifico dagli australiani. L’Australia è uno dei paesi al mondo con le regole più rigide in materia di migranti, non a caso le isole del Pacifico utilizzate sono note come la Guantanamo australiana. L’accordo con gli USA fa seguito ad accordi simili già raggiunti con Papua Nuova Guinea e Cambogia. Non è chiaro cosa gli australiani offrano in cambio ai paesi che accettano di prendersi i migranti. Turnbull spera di scoraggiare i trafficanti, mostrando che non c’è verso di arrivare su suolo australiano e che chi ci prova finisce comunque da un’altra parte. Cosa gli avrà detto al telefono The Donald? L’accordo sopravviverà al suo arrivo alla Casa Bianca? E se sì, in cambio di cosa?

Le startup scomparse dell’economia USA
Il modo migliore per creare posti di lavoro è dare vita a nuove imprese. Il teorema condiviso da ogni economista sembra non essere più valido in USA. Secondo quanto riporta il WSJ, infatti, nonostante la disoccupazione continui a scendere fino ad andare sotto il 5%, la quota di posti occupati sul mercato del lavoro attribuibili alla creazione di nuove imprese non è mai stata così bassa. Gli ultimi dati dicono che siamo a uno su cento nel primo trimestre del 2016, praticamente la metà o giù di lì rispetto a quando la crescita dell’occupazione era sostenuta dalle startup. Negli anni 90 la quota di occupati riconducibile alla creazione di imprese oscillava tra l’1,6% e il 2%. Dal 2009 in poi, nonostante un’economia in ripresa, la percentuale è rimasta tra l’1,1% l’1,3%. Un’economia che produce meno startup è un’economia meno competitiva, con le imprese più grandi e consolidate che controllano quote di mercato sempre più grandi, incumbent che non rischiano di essere scalzati dalle new entry. Secondo il Council of Economic Advisers della Casa Bianca è un fenomeno che ingrassa i ritorni delle grandi corporation e comprime i salari, contribuendo a incrementare l’ineguaglianza.
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