Previsioni economiche, ecco quali contano davvero

economia
28 Ottobre 2015 - 10:31

Nel settore dell’economia applicata ai mercati finanziari, si può constatare come ci sia un basso valore attribuito alle previsioni di un economista: anche per questo è davvero difficile determinare se e quali contino davvero. Il valore di una previsione economica sta nell’individuare in anticipo se l’entità misurata (crescita del PIL, inflazione, tasso di disoccupazione, etc.) si attesti al di sopra o al di sotto del consenso del mercato.

«Meglio del previsto» e «peggiore del previsto» sono i modi di dire più usati non appena vengono rilasciati i dati ufficiali economici. In parallelo a questo modo di esprimersi, sono stati creati i cosiddetti «indici a sorpresa» che elaborano, in aggregato, se i dati economici per un paese, regione, o area economica stia andando meglio o peggio rispetto al consenso di mercato. Non c’è nulla di sbagliato nel confronto tra le previsioni economiche e il consenso di mercato, tuttavia, i mercati finanziari hanno forse pagato troppo in passato in termini di previsioni sbagliate e oggi prestano poca attenzione a ciò che forma il consenso economico.

Il problema è che le previsioni economiche richiedono denaro e fatica per essere prodotte e tanto più l’entità da misurare è importante, tanto più gli istituti finanziari impegnano ingenti risorse economiche e umane per cercare di elaborare una previsione accurata. Per cercare di capire quando il gioco vale la candela, ovvero quando i soldi e il tempo dedicato ad una previsione economica può ritenersi efficace ed utile, una prestigiosa casa d’investimento svizzera ha calcolato la percentuale di importanza incrociando il numero di società che si dedicano a produrre ognuno dei principali indicatori economici e l’uso dei dati di Bloomberg Consensus Forecast.

Ebbene, posto uguale a 100% l’US non-farm payrolls change (la variazione dei nuovi posti di lavoro negli USA non agricoli), l’unico altro indicatore che guadagna il 100% è quello relativo alla previsione sul tasso di disoccupazione negli USA. E sono tutti riguardanti l’economia americana gli altri indicatori con percentuali di importanza tra l’80% e i 90% (come i consumi dei privati, la produzione industriale e la variazione del PIL), tra il 70% e l’80% (vendita di nuove case), tra il 60% e il 70% (capacità di utilizzo degli impianti industriali, nuovi ordinativi per l’industria manifatturiera). Per trovare un indicatore economico non americano di importanza rilevante occorre scendere fino al 50% – 60% (dove si piazza la variazione del pil cinese), o al 40% – 50% (dove trovano posto il pil brasiliano, la produzione industriale in Cina, l’indagine IFO sulle imprese in Germania, e gli investimenti in Cina). La variazione del PIL del Regno Unito rientra nella fascia di importanza compresa tra il 30% e il 40%, mentre l’indice Tankan Giapponese (che misura la fiducia delle aziende nipponiche) non va oltre la fascia di importanza tra il 20% e il 30%: alla variazione del PIL italiano, invece, viene attribuito soltanto il 10% – 20% di rilevanza.

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