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Wall Street, perché preferiamo non disinvestire

19 Giugno 2015 14:59
financialounge -  mercati azionari redditività economica USA utili Wall Street Yves Longchamp
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La performance deludente del mercato statunitense potrebbe essere riconducibile a fattori secondari come, ad esempio, all’incremento dell’imposta sui dividendi e sulle plusvalenze dal 15 al 23 %, che probabilmente si è tradotto in un aumento delle vendite per motivi fiscali.

Lo sostiene Yves Longchamp, Head of Research di ETHENEA Independent Investors (Schweiz) AG, secondo il quale in realtà i dati macroeconomici forniscono indicazioni sufficienti a lasciar presagire un nuovo miglioramento dell’economia: pertanto la recente debolezza potrebbe essere solo temporanea. Inoltre, il brusco aumento di nuove abitazioni indica un’accelerazione dell’attività edilizia, mentre le prossime elezioni potrebbero causare un aumento della spesa fiscale, la stabilizzazione del dollaro potrebbe far dimenticare rapidamente lo shock valutario e l’accordo transpacifico potrebbe dare slancio al commercio con l’Asia. Di conseguenza, anche gli utili delle imprese dovrebbero continuare ad aumentare, dando impulso al mercato insieme all’attività di fusione e acquisizione da record.

“Pertanto, continuiamo a mantenere una normale allocazione nelle azioni statunitensi, pur rimanendo scettici sul fronte della selezione dei titoli, soprattutto a causa delle valutazioni elevate e della debolezza della dinamica economica” fa sapere Yves Longchamp che ha analizzato l’andamento di Wall Street notando che, da quando nell’autunno dello scorso anno la Fed ha interrotto i suoi acquisti di asset, l’S&P 500 è rimasto pressoché paralizzato a fronte di un’abbondanza di notizie negative. “La flessione della performance economica dello 0,7 % nel primo trimestre 2015 ha avuto ripercussioni anche sui risultati delle imprese. Per la prima volta da molto tempo il fatturato è infatti diminuito di circa il 3 %rispetto allo scorso anno, mentre gli utili nell’S&P 500 sono almeno aumentati solo dell’1,5 %. Se si esclude dal calcolo il settore dell’energia, in cui gli utili si sono più che dimezzati a causa del crollo del prezzo del petrolio e al quale quindi è ascrivibile gran parte dei dati deludenti, il contesto appare tuttavia più favorevole” puntualizza Yves Longchamp.

Infatti, nonostante il vigore del dollaro USA, il fatturato delle altre società è aumentato di circa il 3 % e l’utile per azione approssimativamente dell’8 %. Per diverse imprese dei settori farmaceutico, tecnologico o dei consumi la dinamica rimane positiva. Il margine operativo incrementale al lordo delle imposte di queste imprese core non appartenenti ai settori della finanza, dell’energia e della fornitura elettrica nel primo trimestre di quest’anno si è attestato persino a circa il 28 %, un livello nettamente superiore al margine complessivo medio del 13 %. A sua volta, ciò significa che ogni dollaro aggiuntivo di fatturato si traduce in un ulteriore aumento della redditività superiore alla media.

“Questo sorprendente vigore dei margini è senz’altro uno dei motivi principali per cui su base annua il mercato statunitense continua a evidenziare una lieve tendenza al rialzo. Appare quindi giustificata la preoccupazione del mercato che la Fed possa effettuare il primo aumento dei tassi degli ultimi sette anni in questo contesto di crescita debole, stroncando anche i settori economici che funzionano a dovere” sottolinea l’Head of Research.

D’altra parte, anche i seguitissimi indicatori anticipatori del mercato azionario sembrano segnalare imminenti difficoltà. Lunedì 25 maggio 2015 il Dow Jones Transportation Average Index ha fatto segnare una cosiddetta death cross, un segnale tecnico che prelude a un’inversione di tendenza negativa. Anche in passato, ad esempio prima dei crolli del 2000 e del 2007, questo indice sensibile alla congiuntura aveva segnalato precocemente perdite generalizzate. Da inizio anno ha perso quasi il 10% e in effetti il quadro fondamentale della maggior parte delle imprese incluse nell’indice attualmente appare fosco. Anche il livello generale delle valutazioni del mercato esorta alla prudenza. Rispetto alle obbligazioni, le azioni rimangono relativamente interessanti, ma a livello assoluto e in particolare osservando i dati corretti per il ciclo, esse appaiono piuttosto sopravvalutate su base storica. Il P/E di Shiller (rapporto prezzo/utili) si attesta attualmente a ben 28x. Dalla Seconda guerra mondiale il mercato è stato più costoso rispetto al livello attuale solo per il 15 % del tempo, inclusi gli anni della bolla tecnologica. A livello statistico, le prospettive di rendimento medio del mercato azionario USA nei prossimi 10 anni sono comprese solo tra il -1,7 % e il +0,4 %. Un’altra statistica offre però maggiori speranze.

“Sempre dalla Seconda guerra mondiale, il rendimento medio del mercato azionario dopo il primo aumento dei tassi da parte della Fed si è comunque attestato ogni volta a circa il 7,8 %. Successivamente, in 16 casi su 22, l’S&P 500 Index ha registrato un rialzo. Il timore che un aumento dei tassi da solo possa mandare a rotoli il mercato è probabilmente eccessivo, poiché esso riflette principalmente una crescita vigorosa dell’economia e un boom degli utili” conclude Yves Longchamp.
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