dati macroeconomici

Fed, più flessibilità sui tassi con focus sui dati macro

1 Aprile 2015 - 8:40
L’eliminazione del termine «paziente» nel Comunicato finale emesso dal Comitato di politica monetaria della Federal Reserve (FOMC) il 18 marzo scorso fornisce maggiore flessibilità alla Fed, riconducendo le azioni sul tasso di interesse di riferimento all’evoluzione del quadro economico.
“L’azione della Fed diventa pertanto sempre più dipendente dai dati macroeconomici («data dependent») senza prescindere dalla considerazione del contesto internazionale e delle relazioni esistenti tra le diverse economie. Secondo quanto riportato nel Comunicato di politica monetaria, è improbabile che ci siano azioni sul tasso ufficiale già ad aprile. Eventuali decisioni in merito potranno avvenire in qualsiasi riunione successiva, a partire dal FOMC di giugno” commenta Ken Taubes, US CIO Pioneer Investments secondo il quale la condizione fondamentale è che continui il miglioramento del mercato del lavoro e che la Fed sia «ragionevolmente fiduciosa» sul ritorno del tasso di inflazione verso l’obiettivo di medio termine del 2%.
La rifocalizzazione sui dati macroeconomici è una ulteriore conferma del graduale ritorno verso una gestione di politica monetaria «normale» e dell’abbandono dell’approccio basato sulla gestione del rischio, ovvero più orientato al prolungamento dell’orientamento estremamente accomodante per evitare ricadute negative sull’economia. La Fed ha manifestato contestualmente maggiore cautela rispetto al recente passato sull’intensità degli eventuali rialzi. Dalle analisi delle proiezioni sul livello del tasso di politica monetaria, i banchieri centrali prevedono, infatti, un tasso ufficiale al livello mediano dello 0,625% a fine 2015 (quasi dimezzato rispetto all’1,125% previsto a dicembre), al livello dell’1,875% a fine 2016 (in calo dal 2,5% previsto a dicembre ) e al 3,125% a fine 2017 (in contrazione dal 3,625% previsto a dicembre).
Quest’ultimo dato rimarrebbe comunque inferiore alla proiezione del tasso ufficiale di lungo termine (3,75%) per reagire agli effetti residui della crisi finanziaria sulla crescita della spesa privata e sulla disponibilità del credito. Il sentiero del tasso ufficiale rivisto al ribasso è coerente con le più basse proiezioni di crescita e inflazione sull’orizzonte temporale 2015-2017 e con il più basso tasso di disoccupazione indicato come livello di equilibrio di lungo periodo che esclude pressioni inflattive (5%-5,2% la stima attuale rispetto al 5,2%-5,5% di dicembre).
“Le previsioni per la crescita del PIL 2015 risultano più contenute alla luce dei deboli dati del primo trimestre ma anche di fattori meno transitori come l’apprezzamento del dollaro e i connessi effetti sulle esportazioni (stima passata dal 2,8% di dicembre al 2,5% attuale). Riviste al ribasso anche le previsioni di crescita per il 2016 (2,5% attuale da 2,75% di dicembre) e il 2017 (2,2% attuale da 2,4% precedente)” sottolinea Ken Taubes.
Anche le stime sul tasso di inflazione del 2015 sono state modificate, incorporando gli effetti del calo dei prezzi dei prodotti energetici e dell’apprezzamento del dollaro (dall’1,3% di dicembre allo 0,7% attuale). La stima per il 2016 è stata solo marginalmente ridotta (dall’1,85% all’1,8%). Incrementata invece dall’1,9% all’1,95% quella del 2017 con un apprezzabile avvicinamento verso il target del 2%. Il livello dell’inflazione rimane su valori inferiori all’obiettivo del 2% su tutto l’orizzonte temporale di previsione, nonostante un livello del tasso di disoccupazione atteso in linea con il livello di equilibrio di lungo termine nel 2015 (5,1%) e su livelli più bassi nel 2016 (5%) e 2017 (4,95%).
“Va segnalata infine la riduzione della stima del tasso di disoccupazione di lungo periodo (al 5,1% dal 5,35% previsto a dicembre). Le proiezioni riportate appaiono coerenti con le dichiarazioni dei banchieri centrali a supporto dell’ipotesi di forza lavoro inutilizzata ancora presente nel mercato del lavoro, anche se su livelli più contenuti rispetto al recente passato. Ciò ridimensiona le pressioni sui salari, e in via indiretta sui prezzi al consumo, frenando anche la crescita della domanda interna” conclude Ken Taubes.
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