Abenomics

Il ruolo crescente delle donne e della Borsa in Giappone

15 Ottobre 2014 - 10:00
financialounge - news
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Sono i cambiamenti strutturali e culturali i principali fattori di svolta per il Giappone. Due in particolare: il cambio di attitudine verso le azioni e un ruolo più importante delle donne nella società del Sol Levante.
A sottolinearlo è Donatella Principe, Responsabile Institutional Business di Schroders Italia.

“Nei 10 anni pre-Abenomics i giapponesi sono stati venditori netti di azioni, il cui peso medio in portafoglio è appena del 7,9% (contro il 15% dell’Eurozona e ben il 34% degli Usa). Innanzitutto Abe, consapevole che in Giappone le riforme si fanno solo quando c’è un rally di borsa, ha avviato il NISA (Nippon Individual Saving Account) che dovrebbe aiutare a smobilitare gli oltre 8 mila miliardi di $ di liquidità parcheggiata a tassi infruttiferi sui conti correnti, tramite la defiscalizzazione dei proventi da investimenti nei risky assets (tra i quali in prima fila figurano le azioni). Inoltre il neo-eletto ministro della salute e del welfare ha annunciato una maggiore diversificazione verso l’azionario del fondo pensione statale, la cui dimensione è pari a quella del PIL della Spagna” spiega Donatella Principe che poi passa al secondo cambiamento che è di tipo economico-culturale: “Con il recente rimpasto di governo nella compagine governativa nipponica sono entrate 5 donne, raddoppiandone il numero in posti senior di questa amministrazione. Un segnale esplicito di quella politica d’incremento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro che appare oggi come uno dei pochi fattori in grado di contrastare la spirale negativa in cui è avvitata la produttività giapponese, a causa del negativo trend demografico: infatti, se la popolazione nipponica si contrarrà dello 0,4% all’anno, la forza lavoro scenderà dell’1,3%. Il target del governo (30% di donne in ruoli di leadership entro il 2020) appare un obiettivo ambizioso, visto che nell’ultimo anno si è passati appena dal 6,9% al 7,5%. Ma un Giappone che segue l’esempio del Canada degli anni ’90, rimuovendo le barriere fiscali che limitano la partecipazione femminile al mercato del lavoro e investendo al contempo sul welfare per la famiglia, potrebbe invertire il suo trend attingendo a una fonte aggiuntiva di PIL stimata in quasi uno 0,5% all’anno”.

Al manager di Schroders non sfugge, inoltre, che le aziende giapponesi, pur in un contesto di debolezza del quadro economico, siano riuscite a continuare a migliorare i propri profitti, tanto che la loro quota sul PIL è in stabile crescita. Per Donatella Principe, le società giapponesi stanno beneficiando finalmente dei frutti di quel duro processo di ristrutturazione e taglio dei costi reso necessario negli anni passati per sopravvivere alla stagnazione unita alla deflazione. In particolare le società che godono di pricing power (cioè il potere di imporre un prezzo dei prodotti e servizi sul mercato) sperimentano una crescita dei ricavi superiore a quella dei costi, con relativo miglioramento dei margini.

“Inoltre, la riallocazione offshore delle produzioni ha reso i bilanci delle aziende nipponiche sempre più indipendenti dalla domanda estera e dal tasso di cambio permettendole di continuare a crescere pur in concomitanza con la debolezza delle esportazioni. Infine, ma non certo per importanza, la liquidità fornita dalla BoJ (Bank of Japan, la banca centrale del paese, ndr) sta consentendo alle società dell’indice Topix di attuare riacquisti di azioni proprie a un ritmo mai visto prima, per un controvalore di 25 miliardi di dollari solo nel primo semestre dell’anno, con conseguente effetto di sostegno agli utili aziendali” conclude Donatella Principe.
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