bilancia commerciale

È l'Oceano Indiano il baricentro del mondo

14 Luglio 2014 - 8:00
financialounge - news
financialounge - news
L’Europa non deve lasciarsi sfuggire l’occasione di intrecciare rapporti più profondi, non soltanto dal punto di vista economico ma anche politico, con l’Asia, e in particolare con Cina e India, per evitare di ricoprire in futuro un ruolo sempre più marginale nello scacchiere internazionale. È questo il messaggio che emerge con forza nell’editoriale di Alpha e Beta del 14 luglio dal titolo “L’intesa con il vicino fa la casa più grande”.

Seicento anni dopo le imprese di Zheng He, il più grande navigatore nella storia della marina cinese, l’Oceano Indiano torna ad essere centro di scambi e di nuovi equilibri politici: da lì transitano i mercantili cinesi diretti verso la Penisola Arabica, l’Africa e l’Europa, lì il Medio Oriente si incontra con l’Asia. L’Oceano Indiano è il baricentro dimenticato dove gravitano flussi finanziari, movimenti demografici, conflitti diplomatici: se le dinamiche delle banche centrali sono il primo fattore di cui tenere conto nella grande equazione dell’economia mondiale, il secondo è certamente lo scenario politico in Asia.

Nel nuovo equilibrio strategico che si sta formando in Asia, l’Europa potrebbe (dovrebbe) svolgere un ruolo diverso, concorrere alla creazione di una nuova “Via della Seta” non limitata ai soli scambi commerciali ma luogo di influenza politica, di esercizio diplomatico, di proposizione di modelli di welfare.

D’altra parte la Cina ha già dato prova nell’autunno del 2011, concorrendo al salvataggio dell’euro, della volontà di costruire relazioni forti con l’Europa da affiancare alla già formidabile interdipendenza tra la sua economia e quella americana (benché la diversificazione delle riserve valutarie cinesi concorra a sostenere l’euro). Nell’anniversario degli accordi di Bretton Woods del 1944, il dialogo amichevole per la costruzione di nuovi pacifici equilibri e di una governance globale è la sfida che fronteggia le leadership del mondo.

Oggi le grandi aree economiche si dividono tra paesi che hanno esercitato politiche fortemente espansive e paesi che hanno salvaguardato gli equilibri dei bilanci.
Il primo gruppo, Stati Uniti, Giappone, Cina, è tornato a tassi di crescita pre-crisi ma deve fare i conti con massicci deficit di bilancio.
Il secondo gruppo, Germania e paesi europei, fatica a tornare ai livelli di crescita e di reddito pre-crisi.
La regione del Pacifico è un interlocutore troppo importante per un’area economica a rischio di irrilevanza come l’Europa: il recente calo della produzione industriale in Gran Bretagna, Francia, Italia, finanche nella virtuosa Germania, ha probabilmente a che fare con il calo dell’attività economica nei mercati emergenti.
Ma i dati più recenti mostrano segni di ripresa dell’attività economica nell’Est asiatico, le esportazioni hanno ripreso vigore sostenute soprattutto dalla Cina, +7,2% in giugno (anno su anno). E nonostante l’economia cinese continui a rallentare con gradualità e gli stessi dati di export siano inferiori a quelli del passato, il saldo della bilancia commerciale resta positivo. Inoltre, negli ultimi mesi sono state approvate in Cina alcune delle riforme anticipate dalla nuova leadership, sul sistema impositivo e sulla maggiore autonomia fiscale attribuita alle amministrazioni locali.

La Cina sta peraltro sperimentando un passaggio strutturale che comporta trasformazioni dell’ordinamento amministrativo (maggiori autonomie agli organismi locali), del governo della moneta (il Renmimbi è scambiato in piazze off-shore), del sistema di welfare (per diminuire la propensione al risparmio e favorire i consumi).
L’attento controllo delle autorità sull’andamento dell’economia rende poco probabile lo scenario di un “hard landing”, cioè una brusca interruzione della crescita economica che invece sembra confermare l’obiettivo di 7,3% per il 2014 e qualcosa meno negli anni successivi (stime di +7% e +6,5% nel 2015 e nel 2016, rispettivamente), nel segno di una lenta assimilazione a standard occidentali.

Si tratta di tendenze importanti dal momento che l’Asia emergente conta per il 30% circa della crescita mondiale e due terzi di questo valore sono costituiti dalle economie di Cina e India (15,4% e 5,8% rispettivamente).
Trending