Mercati finanziari: cinque indicatori di una possibile bolla

Cerved
2 Luglio 2014 - 9:00

Dopo un primo semestre da record sui mercati azionari internazionali, con l’indice S&P che ha più volte toccato nuovi massimi storici, le ultime sedute hanno evidenziato segnali di stanchezza che fanno temere la fine del lungo rally.
Neppure Piazza Affari (che pure è lontana dai massimi pre-crisi) è rimasta indenne da questo mutamento d’umore dell’entusiasmo per il Toro, tanto che la quotazione di Cerved è stata con freddezza e la prossima Ipo Fincantieri (in Borsa da giovedì) ha dovuto portare al minimo della forchetta il prezzo finale.

Nelle ultime settimane si sono sollevate diverse voci preoccupate che mettono in guardia dal rischio che sui mercati si siano formate bolle pronte a esplodere.

Le maggiori preoccupazioni arrivano dal fronte immobiliare, tanto che perfino il Fondo Monetario Internazionale ha invitato i governi nazionali a monitorare la situazione, a fronte di prezzi che in molti Paesi (soprattutto Canada, Belgio e Gran Bretagna) sono ben oltre le medie storiche. Dato che la crisi globale del 2008 è partita proprio dallo scoppio della bolla immobiliare, non c’è da star tranquilli.

Anche la seconda minaccia è legata al mattone: un articolo pubblicato nei giorni scorsi dal New York segnala la ripresa a pieno regime dei mutui subprime, con tassi di interesse fino al 13%. L’abbondante liquidità messa in circolo dalle Banche centrali spinge gli istituti di credito ad abbassare i controlli sulle erogazioni, di fatto aumentando i rischi.

Negli ambienti finanziari sta facendo molto discutere “Flash Boys: a Wall Street Revolt”, l’ultimo libro di Michael Lewis che fa luce sul fenomeno dell’high frequency trading, un mondo fatto da super-computer che movimentano centinaia di milioni di dollari a ogni transazione e che a Wall Street controllano ormai il 50% degli scambi (a Piazza Affari arrivano al 22% secondo l’ultima relazione della Consob).

Proprio la rapidità di azione combinata agli automatismi delle decisioni rendono più facili effetti a cascata su tutto il mercato. Il mix tra abbondante liquidità e fame di rendimenti ha spinto negli ultimi mesi la domanda sui titoli corporate, tanto che anche gli high yield (emessi cioè da società con basso merito creditizio) ormai rendono il 20% in meno delle medie storiche.
Considerato che i tassi di default sono in risalita, i rischi di crack non sono da sottovalutare, tanto che la Fed americana ha fatto sapere di avere in programma una revisione regolamentare, con la probabile introduzione di penali per chi esce dai fondi corporate.

Infine pesa la minaccia di caduta in deflazione da parte dell’Eurozona. Con l’inflazione che a giugno si è fermata allo 0,5%, c’è il rischio concreto che l’indice dei prezzi finisca presto in terreno negativo. Di fronte alla prospettiva di nuovi ribassi, i consumatori tendono a rimandare gli acquisti, le aziende producono di meno e licenziano, per cui scendono le somme incassate dagli Stati tra tasse e contributi. Un circolo vizioso dal quale diventa difficile tirarsi fuori.

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