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L’importanza della diversificazione valutaria

26 Giugno 2012 - 6:00
financialounge - news
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C’è un vecchio adagio in finanza in base al quale la diversificazione valutaria è un po’ come una polizza incendio per la casa: può sembrare inutile e costosa per anni ma è sufficiente che anche una sola volta l’appartamento vada a fuoco per ringraziare il cielo di averla sottoscritta a suo tempo. Ebbene, l’investitore italiano, oggi più che mai, dovrebbe guardare alla diversificazione valutaria come a una polizza incendio indispensabile. Infatti è solo tramite una differenziazione degli attivi nelle diverse divise che il rischio di concentrazione sull’euro può essere attenuato.

Facciamo un esempio pratico.
Negli ultimi 12 mesi, l’euro ha perso terreno rispetto al dollaro Usa (-15%), alla sterlina (.8%) e allo yen giapponese (-18%). Un portafoglio diversificato al 10% in queste tre valute (ognuna con la stessa quota iniziale) avrebbe permesso di guadagnare in un anno l’1,4%, se fosse stato differenziato al 30% il guadagno annuo sarebbe lievitato al 4,2% mentre se l’esposizione in dollari Usa, sterline e yen fosse stato spinto al 50% l’apprezzamento avrebbe sfiorato il 7% in 12 mesi. Tuttavia, secondo gli esperti di cambi, una buona diversificazione valutaria dovrebbe essere effettuata tramite un consulente e, soprattutto, allargata a una più vasta platea di divise internazionali per due ordini di ragioni.

La prima è strettamente legata al rischio: per quanto diversificare nelle tre divise importanti più scambiate sui listini internazionali (dollaro Usa, yen e sterlina inglese) è un passo importante per la differenziazione del rischio valutario di portafoglio, molto meglio è allargarla almeno a 10-12 monete includendo dollaro australiano, dollaro canadese, corona svedese, corona norvegese, corona danese, franco svizzero, rial brasiliano, renminbi cinese, dollaro di Singapore.

In secondo luogo, l’ampliamento valutario anche alle divise delle più solide e dinamiche economie emergenti consente di stabilizzare nel tempo le fonti di apprezzamento valutario legandole non soltanto alle tensioni dei mercati finanziari (come avvenuto negli ultimi mesi con la fuga dall’euro verso il dollaro Usa e lo yen giapponese) ma anche e soprattutto alla qualità dei fondamentali delle economie a cui fanno riferimento.
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