E se la nottata fosse passata? La voglia di correre delle azioni italiane

Fino a metà maggio Piazza Affari era la beniamina del 2018, poi è partito il tormentone dello spread e della manovra. Ora sembra tornata la voglia di ripartire e in un’ottica di medio-lungo periodo i prezzi attuali sembrano offrire l’opportunità di un posizionamento.

Magari ci sbagliamo, ma la Borsa italiana sembra un cavallo che da quasi otto mesi sta chiuso nella stalla e ha una gran voglia di sgabbiare e farsi una galoppata. Nel 2018 ha avuto un andamento anomalo rispetto agli altri mercati azionari: dopo aver toccato un massimo di periodo a fine gennaio insieme a Wall Street e alle altre Borse, ha recuperato la correzione di inizio anno molto prima degli altri mercati prendendo slancio dopo le elezioni del 4 marzo e andando a segnare nuovi massimi post-crisi con l’indice FTSE Mib oltre 24.000 nella prima metà di maggio. La miscela che ha alimentato la corsa tra marzo e maggio ancora non è chiara, hanno indubbiamente giocato le aspettative di cambiamento sull’onda di un’economia in ripresa e di un sistema bancario che si avvicinava all’uscita dal tunnel. Poi è arrivata la doccia fredda della sciagurata bozza di programma che ipotizzava un piano B per uscire dall’euro che faceva impennare lo spread trascinando a picco i titoli bancari e piegando l’intero listino. Ora sembra che ci sia una gran voglia di lasciarsi quella fase alle spalle. Alla fine la manovra è passata, prima a Bruxelles e poi a Roma, forse i timori di risprofondare in recessione erano esagerati, lo spread rientra anche se resta alto, le banche si avviano ad approvare i conti del 2018 dopo aver fatto sostanzialmente pulizia, con qualche eccezione.

LA RETE DI PROTEZIONE STESA DA DRAGHI

Al centro dell’attenzione come sempre le banche. La fine del Quantitative Easing della BCE è arrivata puntuale il 31 dicembre senza particolari scossoni, anche perché Mario Draghi aveva preparato con cura il terreno, soprattutto con la promessa che il rinnovo dei titoli a scadenza proseguirà a tempo indeterminato, anche dopo che i tassi di riferimento avranno ripreso a salire, vale a dire per tutto il 2019 e oltre. Questo vuol dire che i 365 mld di BTP in portafoglio accumulati dal 2015 resteranno custoditi a Francoforte e non torneranno sul mercato. Ovviamente non è un’eccezione a favore dell’Italia, vale per tutti i 2.170 e passa mld di titoli detenuti dalla Banca Centrale, ma non c’è dubbio che è proprio l’Italia, insieme alla Francia con oltre 420 mld di titoli, che ne beneficia di più. Poi c’è il fronte NPL, oggi molto meno caldo di tre anni fa, quando le sofferenze rappresentavano quasi il 17% degli impieghi delle banche italiane. Ora siamo sotto il 10% e anche qui dietro al miracolo c’è la mano di Mario Draghi, che ha reso possibile massicci acquisti di NPL da parte di operatori specializzati grazie alla liquidità sovrabbondante a tassi zero. Ora le grandi banche come Intesa e Unicredit si preparano ad approvare i conti del 2018 ma soprattutto a distribuire dividendi che ai prezzi attuali di Borsa corrispondono in qualche caso a rendimenti vicini al 10%.

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NON SOLO BANCHE, ANCHE MADE IN ITALY E DIFESA

Insomma, sulla carta gli incentivi a posizionarsi sui titoli bancari italiani non mancano. Anche perché se le tensioni sullo spread BTP-Bund continuano ad allentarsi, le banche tricolori se ne avvantaggiano per due canali: da un lato si apprezzerebbero i titoli di Stato che hanno in portafoglio, che oggi costituiscono circa il 10% degli asset detenuti, tre volte la media europea, mentre dall’altro si libererebbero risorse da destinare ai prestiti a famiglie e imprese. Ma non mancano nemmeno gli incentivi a posizionarsi su altri segmenti del listino milanese. Come il lusso e in generale il Made in Italy. Una Fed diventata più attenta alla tenuta dell’economia globale vuol dire anche maggiori margini per chi esporta in tutto il mondo beni destinati al ceto medio-alto numericamente in aumento dei paesi emergenti, a cominciare dallo sterminato mercato cinese. Poi ci sono i settori tradizionali delle telecomunicazioni, della difesa e delle costruzioni. Nel primo caso il dossier del consolidamento del settore in Europa, che conta più o meno 10 volte più operatori di quelli importanti sul mercato americano, dovrà prima o poi essere riaperto. Anche nella difesa, dove l’Italia conta su Leonardo e Fincantieri, prima o poi qualcosa in Europa dovrà muoversi, mentre nelle costruzioni andrà seguito con attenzione il dossier della possibile integrazione tra Salini-Impregilo e Astaldi.

Attese & Mercati – Settimana dal 7 gennaio 2019

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BOTTOM LINE

Le motivazioni di fondo che spingevano gli investitori a scommettere sulle azioni italiane fino a solo otto mesi fa sono state messe a dura prova prima tra metà maggio e giugno e poi dal tormentone della manovra da settembre a dicembre. Dichiarare che ‘la nottata è passata’ può essere una scommessa ragionevole o è un azzardo pericoloso? In un’ottica speculativa e di breve periodo l’interrogativo resta aperto. Ma in una prospettiva di medio-lungo termine, tenendo conto dei fondamentali e del quadro globale, ai prezzi attuali l’azionario italiano sembra proprio una buona opportunità di posizionamento.

claudiodivizia / iStock / Getty Images Plus


FinanciaLounge
7 gennaio 2019
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