Onde d’urto da Argentina e Hong Kong, ma non c’è un rischio contagio

di Redazione

I casi di Argentina e Hong Kong mostrano quanto rapidamente le tensioni politiche possano impattare i mercati, ma i Paesi emergenti non rischiano il contagio perché hanno munizioni per difendersi

Argentina e Hong Kong sono andate ad aggiungersi alla lista sempre più lunga dei focolai di instabilità che tengono i mercati con il fiato sospeso. Sullo sfondo resta la guerra dei dazi diventata anche guerriglia valutaria, che resta il problema dei problemi. Poi c’è la Brexit che si trascina da oltre 3 anni, la Turchia ancora in cerca di stabilità finanziaria e anche di chiaro collocamento politico, e l’Italia, tornata sotto i riflettori con la crisi di governo agostana. La sconfitta del presidente uscente argentino Macri alle primarie ha fatto scattare una fuga immediata e di massa degli investitori. Macri è considerato sensibile ai mercati e alle imprese, era stato sostenuto dal Fmi con un mega piano di finanziamento, e la prospettiva dell’avvento di un governo populista ovviamente non rassicura. A Hong Kong il problema è diverso, ma non troppo. L’ex colonia britannica è vista come il test cruciale dell’impegno di Pechino per il mercato. Se Xi dovesse ricorrere alle maniere forti lo shock per gli investitori impegnati in Cina potrebbe essere violento.

IMPATTO LIMITATO E IN LINEA CON QUELLO SULLE AREE SVILUPPATE

Ma, a differenza di altre situazioni simili del passato, non sembra che da tutti questi focolai possa partire un contagio le cui vittime predestinate sono sempre stati i Paesi emergenti. Un anno fa lira turca e Argentina finirono nel mirino con gli investitori in fuga, ma non ci fu nessun contagio. E oggi lo scenario sembra riproporsi. I fattori di crisi locali non riescono a diventare globali. In Argentina lo shock per la sconfitta politica di Macri si è tradotto in una caduta di quasi il 40% dell’indice di Borsa e in una caduta del 15% del valore del peso contro dollaro, mentre il costo di protezione contro un possibile default di Buenos Aires è schizzato alle stelle. Ma nel confinante Brasile i mercati si sono mossi sì in calo, ma più in linea con quello che succedeva a Wall Street che nella capitale argentina. E così nel resto del mondo degli emergenti, le onde d’urto partite da Argentina e Hong Kong non sono state più violente di quelle arrivate sui mercati sviluppati, a partire dall’Europa.

E se la guerra dei dazi si allarga anche a Hong Kong?

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INGENTI RISERVE VALUTARIE ACCUMULATE DAL 2009 IN POI

I Mercati emergenti non sono più quelli di una volta. Hanno sfruttato il decennio di espansione globale seguito alla Grande Crisi per accumulare munizioni. Le riserve in valuta forte delle prime 12 economie emergenti del globo Cina esclusa a fine luglio erano salite al livello record di 3.250 mld di dollari, contro meno di 2.000 mld del 2009. Questo ha consentito di indebitarsi in dollari e altre valute forti senza rischi eccessivi, e comunque hanno saputo contenere l’indebitamento meglio dei paesi sviluppati. Secondo le stime dell’Institute of International Finance di Washington l’insieme dei 12 principali paesi emergenti ha un’esposizione debitoria complessiva di 69.000 mld di dollari, pari al 216% del PIL complessivo. A livello globo, vale a dire compresi anche i paesi dell’area sviluppata, il debito totale ammonta a 246.000 mld, pari al 320% del PIL. Questo non vuol dire che non ci sia più un rischio emergenti, molte economie stanno attraversando passaggi complessi, dalla Russia al Brasile al Sud Africa fino all’India. Ma tutta l’area emergente è molto più attrezzata che in passato per fronteggiare crisi anche pesanti.

miralex / iStock / Getty Images Plus


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13 Agosto 2019
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