E se la guerra dei dazi si allarga anche a Hong Kong?

di Redazione

Se lo chiede il WSJ e avverte Trump che sarebbe un grosso errore pensare di chiudere gli occhi su un intervento repressivo cinese in cambio di un’intesa commerciale. La guerra dei dazi si complica sempre più

E se dopo essersi estesa al terreno di scontro valutario la guerra dei dazi scegliesse Hong Kong come prossimo campo di battaglia? Ventidue anni fa di questi tempi la Gran Bretagna consegnava l’ex colonia ai cinesi con gli occhi dei mercati puntati, per capire se una delle piazze finanziarie più importanti del mondo sarebbe rimasta tale anche dopo essere diventata parte integrante del territorio cinese. Per oltre vent’anni il test è stato superato brillantemente, la Cina ha mantenuto la promessa di preservare lo statuto di libertà e democrazia del territorio per 50 anni dopo la consegna da parte dei britannici, e Hong Kong, insieme a Singapore e Tokyo è rimasta il punto di riferimento per gli investitori globali che guardano all’Asia, soprattutto quelli interessati all’economia in continua espansione della Cina, di cui Hong Kong era diventata la principale porta di accesso. Tutto bene fino a febbraio scorso, quando la ‘governatrice’ Carrie Lam ha pensato di introdurre l’estradizione in Cina per i residenti di Hong Kong.

IL RISCHIO DI UNA NUOVA TIANANMEN 30 ANNI DOPO

Hong Kong è un po’ quello che era Lugano nell’800 per gli anarchici di mezza Europa, un porto sicuro per i dissidenti cinesi in cerca di rifugio dalla polizia militare di Pechino. Di qui le proteste che hanno costretto Lam a sospendere l’estradizione. Ma ai manifestanti non basta più, vogliono garanzie sul mantenimento di libertà e democrazia. E le proteste montano e vanno avanti. Ora il WSJ si chiede se Hong Kong possa entrare di prepotenza sullo scacchiere della guerra dei dazi tra Washington e Pechino. Il ragionamento parte dal fatto che nell’ex colonia staziona una guarnigione del People Liberation Army, l’esercito cinese. Che Pechino potrebbe decidere di far uscire dalle caserme se la polizia locale non riesce a contenere la protesta. La conseguenza sarebbe una nuova Tiananmen esattamente 30 anni dopo. Perchè Xi Jinping dovrebbe decidere di usare le maniere forti? Perché magari teme che alla fine i manifestanti di Hong Kong ottengano quello che chiedono e diventino un esempio da seguire per i non pochi cinesi che nella madre patria sono insofferenti al regime.

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PECHINO AVVERTE I MANIFESTANTI: GIOCATE COL FUOCO

Il WSJ cita un comunicato di martedì 7 agosto di Yang Guang, portavoce dell’ufficio cinese per gli Affari di Hong Kong e Macao secondo cui “quelli che stanno giocando col fuoco finiscono bruciati”, e che cita il “formidabile potenziale” di cui dispone la Cina per sedare le proteste. La scelta di Xi è tra due rischi, quello di una protesta che continua e magari contagia la Cina stessa, e quello di minare il ruolo di Hong Kong come polo di libero scambio per la finanza globale. E il presidente-imperatore potrebbe anche decidere che il primo è quello da evitare a tutti i costi. Per ora Donald Trump si tiene alla larga e dichiara: è una storia tra Hong Kong e Cina, perchè Hong Kong fa parte della Cina, si devono mettere d’accordo tra di loro e non hanno bisogno di suggerimenti. Ma, avverte il WSJ, Hong Kong non è solo un affare cinese, ma internazionale, anche perché gli Usa riservano a Hong Kong in materia di scambi e visti un trattamento privilegiato che non è esteso alla Cina.

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UN AFFARE SEMPRE PIÙ COMPLICATO

Quindi, se Trump pensa di ottenere da Xi un via libera all’accordo sui dazi in cambio di un suo via libera su Hong Kong si sbaglia di grosso. Sarebbe un boomerang che gli tornerebbe indietro violentemente in patria, dove è già nel mirino su una serie di fronti, a cominciare da quello delle pressioni indebite che continua a esercitare sulla Fed. Di certo la guerra dei dazi sta diventando un affare sempre più complicato.

Flickr /Studio Incendo


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8 Agosto 2019
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