In Africa la nuova frontiera della crescita a lungo termine

Nick Price, Gestore FF Emerging Europe, Middle East and Africa Fund di Fidelity Worldwide Investment, dopo essere intervenuto il 10 agosto scorso nell’articolo “Le valutazioni dell’Emerging EMEA sono attraenti” nel quale ha spiegato a FinanciaLounge quali fossero i segreti del successo del fondo e i punti di forza della regione EMEA, è tornato sull’argomento illustrando le caratteristiche di alcuni dei paesi che compongono la regione EMEA cominciando dall’interesse degli investitori verso l’Africa.

“Le prospettive di lungo periodo della regione sono estremamente positive: i consumi interni sono in netto aumento alimentati dall’aumento dei redditi e dall’ampliamento della middle class. L’Africa vanta anche un’ampia gamma di risorse naturali, in particolare energia e metalli preziosi, che forniscono sostegno agli investimenti, ai flussi commerciali e alla crescita economica. Secondo alcuni studi, le recenti scoperte di giacimenti di idrocarburi al largo delle coste dell’Africa orientale negli ultimi anni sono state inferiori forse solo alle scoperte di vasti giacimenti offshore in Brasile.”

“La conseguenza è stata quella di vedere un aumento esponenziale nei flussi di investimenti dalla Cina. Permane, tuttavia, un notevole disallineamento tra la percezione generale del Continente Nero e la realtà. In base a un recente sondaggio condotto da Ernst & Young è emerso che le società che già operano in Africa hanno attribuito alla regione una valutazione superiore rispetto a tutte le altre aree geografiche ad esclusione dell’Asia. Al contrario, le società intervistate che non operavano né avevano esperienze con l’Africa vedevano la regione come la meno interessante al mondo.”

“A nostro avviso, tali percezioni negative dell’Africa continuano a essere radicate e ciò, pur essendo ovviamente sfavorevole per la regione, costituisce un segnale positivo circa l’esistenza di opportunità di investimento non comprese ed anzi sottostimate dal mercato” dichiara Nick Price che, al tempo stesso, mette però in guardia chi decide di investire in Africa: “È assolutamente necessario tenere nel dovuto conto anche i rischi, tra i quali la questione della liquidità. Durante la crisi finanziaria, alcuni fondi africani e dei “mercati di frontiera” hanno avuto gravi problemi di liquidità derivanti in parte dall’incapacità di cambiare liberamente le valute locali in dollari USA.”

“Alcuni fondi focalizzati sull’Africa non sono quindi stati in grado di far fronte al notevole aumento di richieste di riscatto. Al contrario l’FF EMEA Fund non ha incontrato queste difficoltà, grazie al fatto che la notevole esposizione del fondo all’Africa (circa il 70% del fondo) è ottenuta in gran parte attraverso aree come il Sud Africa e indirettamente investendo in società africane quotate sulle borse dei mercati sviluppati, come la LSE e la TSE. Questo approccio consente inoltre di contenere i rischi legati alla corporate governance in quanto per essere quotati su tali borse, le società devono dimostrare di possedere numerosi requisiti che ne garantiscano la trasparenza”.

Nick Price, dopo l’Africa passa quindi a parlare dell’Europa Orientale: “È vero che attualmente i mercati azionari dell’Europa Orientale sembrano convenienti ma riteniamo che ciò sia ampiamente giustificato dalla debolezza dei loro fondamentali economici. Molte economie dell’Europa orientale, infatti, accusano le ripercussioni della crisi dell’Eurozona. In termini commerciali, ad esempio, i dati della BCE indicano che le esportazioni di merci e servizi dalla Repubblica Ceca e dall’Ungheria verso il blocco dell’Eurozona corrispondono a circa il 50% e il 45% del rispettivo PIL. Diversi paesi dell’Europa Orientale sono inoltre penalizzati dal fatto che molte delle loro istituzioni finanziarie appartengono a grandi banche occidentali e sono quindi inclini a risentire dei medesimi problemi.”

“Una difficoltà ancora più specifica di molte banche dell’Europa dell’Est è stata la proliferazione di prestiti in valuta estera durante gli anni precedenti alla crisi. Ad esempio, almeno il 60% dei mutui delle banche polacche e ungheresi è denominato in franchi svizzeri. Siccome lo zloty e il fiorino si sono svalutati rispetto alla valuta svizzera, il valore di tali prestiti e dei costi di servicing, in termini di valuta interna, ha subito un’impennata, mettendo in difficoltà molti mutuatari. A nostro parere, è improbabile che questo tipo di problemi possa essere risolto in breve tempo e fino a quando non vi saranno chiari segnali di miglioramento, prevediamo che saranno relativamente pochi i nostri investimenti nella regione. Nella fase attuale pertanto sovrapesiamo l’Africa e siamo invece sottopeso sulle aziende dell’Europa emergente”.




16 Agosto 2012
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