L'analisi

Credit Suisse: grandi potenze in conflitto impongono nuove scelte di portafoglio

Credit Suisse, in un’analisi di Zoltan Pozsar, Global Head of Short-Term Interest Rate Strategy, spiega le implicazioni delle crescenti tensioni alimentate dall’aggressione russa all’Ucraina e dalle ambizioni cinesi su cash, azioni e bond

di Virgilio Chelli 17 Gennaio 2023 08:00
financialounge -  Credit Suisse zoltan pozsar
financialounge -  Credit Suisse zoltan pozsar

Venti di guerra, che da fredda potrebbe anche diventare ‘calda’, sono l’eredità che il 2022 lascia all’anno appena iniziato, con sei fronti globali da tenere sotto stretta osservazione da parte degli investitori. Si tratta in primo luogo della guerra in Ucraina, che ha aperto il doppio fronte della crisi energetica in Europa e del blocco finanziario imposto alla Russia, a cui si aggiungono le tensioni alimentate dalle ambizioni della Cina, con le mire su Taiwan, quelle tra USA e UE in materia di veicoli elettrici, e infine quelle che agitano il mercato delle fonti tradizionali di energia, dal petrolio al gas.

BRICS IN ESPANSIONE


Credit Suisse propone un’analisi dello strategist Zoltan Pozsar secondo cui, in diverse aree del globo, il rischio che queste tensioni producano una ‘guerra calda’ è reale. I BRIC, quartetto che comprende Brasile, Russia, India, Cina a cui si è aggiunto il Sudafrica, sono destinati ad allargarsi ad altri paesi, il che vuol dire de-dollarizzazione dei flussi commerciali con i Paesi Emergenti, mentre anche le valute digitali delle banche centrali crescono, come in Turchia. La guerra ‘commerciale’ è un tema all’ordine del giorno dal 2019, dal confronto USA-Cina al Covid-19 con i suoi lockdown, la guerra all’inflazione dichiarata dalle banche centrali e quella contro il caro energia. E guardando al 2013 gli investitori devono tener conto della minaccia di rischi non-lineari.

RUOLO DI CASH E COMMODITY


In termini di costruzione del portafoglio, guardando al 2023 e oltre, questo significa che il vecchio modello fatto al 60% di azioni e al 40% di obbligazioni non funziona più, e occorre puntare a una composizione diversa, con un 20% di cash, un 40% di azioni, un 20% di bond e un 20% di commodity, secondo Pozsar. Il cash, fino a che la curva dei rendimenti rimane invertita, è ‘king’, perché non ha rischio di duration e racchiude un valore simile a quello di un’opzione. La parte di commodity, secondo Pozsar, dovrebbe includere tre tipi di ‘oro’, quello giallo tradizionale, quello nero rappresentato dal petrolio, e quello bianco del litio, che serve per le batterie dei veicoli elettrici.

OFFERTA DI MATERIE PRIME ESTREMAMENTE TIRATA


A queste andrebbe aggiunta una quota di altre materie prime, come rame e cobalto. Dopo anni di sotto-investimenti, l’offerta di materie prime è diventata estremamente tirata, e mentre il mondo si riarma, ricostituisce le scorte, riporta le produzioni in patria e ristruttura le reti energetiche e di comunicazione, la domanda non può che crescere. Il dollaro americano in questo contesto non sarà detronizzato da un giorno all’altro, ma la de-dollarizzazione e la digitalizzazione monetaria soprattutto da parte delle banche centrali dei BRICS, ne ridurrà il dominio, insieme alla domanda di Treasury USA.

DOLLARO DESTINATO A LIVELLARSI VERSO IL BASSO


La forza o la debolezza del dollaro, secondo Pzsar, vanno valutate tenendo conto delle quattro forze che determinano il costo e il prezzo del denaro, che sono la parità, il tasso di interesse, il mercato valutario, e il livello dei prezzi. Il dollaro è destinato a rimanere forte a livello di mercato dei cambi nei confronti delle altre divise dei paesi sviluppati, ma è destinato a livellarsi verso il basso nei confronti delle commodity e a perdere valore relativo sul mercato rispetto alla maggior parte delle valute dei BRIC, il che causerà molta volatilità sul costo del denaro nel corso di questo decennio.

PERCHÉ LA GUERRA PORTA INFLAZIONE


L'analisi proposta da Pzsar rappresenta l’ultima puntata di una serie in cui lo strategist ha esaminato i collegamenti tra tema ‘guerra’ e finanza, evidenziando quattro temi di fondo: la guerra è inflazionistica, guerra vuol dire industria, la guerra pesa sulle commodity e infine porta alla chiusura di nuovi canali finanziari. E ora aggiunge un quinto tema, vale a dire che la guerra destabilizza anche i quattro elementi che vanno a comporre il costo del denaro, vale a dire appunto le parità, i tassi di interesse, i cambi tra le diverse valute e il livello dei prezzi, con una citazione di Niall Ferguson secondo cui “si dimentica che la guerra nella storia è il veicolo preferito dell’inflazione”.
Trending