Andrew Harmstone

Ecco il primo bilancio delle tre “frecce” di Abe

26 Giugno 2014 15:30

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frecce degli stimoli monetari e fiscali sembrano aver ferito il “mostro della deflazione” tratteggiato dal primo ministro Shinzo Abe in Giappone.

La terza freccia, quella delle riforme strutturali, potrebbe infliggere il “colpo di grazia” se riuscirà a spostare una percentuale anche modesta dei risparmi domestici giapponesi sui mercati azionari e a riaccendere l’interesse degli investitori globali nei confronti delle azioni nipponiche.
Considerando, oltretutto, che le attuali valutazioni dell’equity del Sol Levante, pari a circa 13 volte gli utili stimati, sono convenienti e potrebbero avere ampi spazi di rialzo.

Può essere riassunto così il bilancio provvisorio, elaborato da Andrew Harmstone, Managing Director Portfolio Manager Global Balanced Risk Controlled (GBaR) Strategy di Morgan Stanley Investment Management, sulle cosiddette “tre frecce” che il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha progettato per il rilancio strutturale del proprio paese.

“A giugno 2013, Abe aveva già scagliato due poderose frecce. Il governatore della Banca del Giappone Haruhiko Kuroda ha fatto partire la “freccia” della politica monetaria, con acquisti obbligazionari comparabili, in termini assoluti, a quelli della Federal Reserve statunitense. Successivamente, Abe ha implementato la seconda “freccia”, quella delle politica fiscale, attraverso un notevolmente incremento della spesa pubblica. E la reazione dei mercati a queste due frecce è stata entusiastica. Ne è una prova il fatto che il mercato azionario giapponese, in base all’andamento dell’indice Topix, ha guadagnato più del 70% dalla data in cui Abe ha vinto l’elezioni nel luglio 2012, puntando sul rilancio dell’economia nazionale, sino al picco di 1276,03 punti toccato il 22 maggio 2013” precisa Andrew Harmstone che non nasconde però come, di contro, gli investitori siano invece parsi delusi dalla terza “freccia” delle riforme strutturali, svelata dal primo ministro in occasione dell’attesissimo discorso tenuto a giugno 2013.

In ogni caso, al netto dell’innalzamento della tassa sui consumi, la Banca del Giappone prevede che il tasso d’inflazione si attesterà intorno all’1,25% “per un po’ di tempo”.
Se così sarà, il “mostro della deflazione” dovrebbe essere stato quantomeno ferito. Inoltre, non solo la “brutta notizia” della tassa sui consumi appare superata per il momento, ma potrebbe anche essere giunta l’ora di riconsiderare il successo della terza freccia che, per i mercati azionari, dovrebbero concretizzarsi con misure tese a incoraggiare gli investimenti azionari: la vera sfida da vincere.

Negli ultimi tempi, gli investitori retail e istituzionali giapponesi si sono tenuti alla larga dalle azioni e, come evidenziato da un recente rapporto della società di consulenza globale Deloitte, si sono persi gran parte dei benefici creati dal rialzo del 57% del Nikkei 225 nel 2013, che è stato il maggior guadagno percentuale in termini annui da oltre quattro decenni.
Utilizzando i dati della società di consulenza pensionistica internazionale Towers Watson, Deloitte ha affermato che circa il 54% dei 1.600 trilioni di yen (15.800 miliardi di USD) delle attività finanziarie detenute dalle famiglie nipponiche è investito in liquidità e depositi assimilabili.

Negli Stati Uniti e in Europa, le percentuali sono rispettivamente del 13% e 36%.
La soluzione del governo giapponese è stata l’introduzione dei Nippon Individual Savings Account (NISA) a partire da gennaio 2014 per certi versi simili agli Individual Savings Accounts (ISA) britannici, essendo stati “concepiti per i residenti giapponesi dai 20 anni in su al fine di incoraggiare orizzonti d’investimento di medio-lungo termine”.

I NISA prevedono incentivi fiscali per promuovere una diversificazione rispetto alla liquidità e agli strumenti assimilabili.
Il governo spera che entro il 2020, le famiglie nipponiche avranno spostato 25 trilioni di yen (247 miliardi di USD) dalla liquidità ai NISA. Come indicato dalle cifre sopra riportate, ciò rappresenterebbe appena il 3% delle attività attualmente detenute sotto forma di liquidità. Finora, circa il 60% degli intervistati in un recente sondaggio nazionale, ha spostato la liquidità su conti NISA con un investimento medio detenuto pari a 593.000 yen: si ritiene che nel corso del 2014 il numero di conti NISA salirà da 4,75 milioni a 8,64 milioni.

Un altro versante sul quale si lavora è la riforma del Government Pension Investment Fund (Gpif).
Si tratta di un enorme fondo comprendente attività finanziarie che alla fine del 2013 ammontavano a 128 trilioni di yen (1.270 miliardi di USD). Tra gli attivi figurano obbligazioni domestiche (55%) e liquidità (2%), mentre solo il 17% è investito in azioni nazionali.
Deloitte fa notare che, se il Gpif dovesse rendere la sua asset allocation più simile a quella dei grandi piani pensionistici dei paesi avanzati, circa 32 trilioni di yen (317 miliardi di dollari) di attivi verrebbero spostati dalla liquidità e dalle obbligazioni verso altre classi d’attivo caratterizzate da tassi di rendimento attesi superiori.

Secondo Deloitte, è probabile che l’allocation del Gpif verrà modificata in maniera graduale. Non meno importante è l’effetto che le decisioni del Gpif avranno sul comportamento di altri fondi pensione giapponesi, che potrebbero aumentare significativamente gli investimenti nei mercati azionari.

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