Credit Suisse

L'inazione della Fed rallenta la normalizzazione

20 Settembre 2013 - 18:00
financialounge - news
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La Fed nella sua ultima riunione ha sorpreso tutti e ha confermato interamente la politica di stimolo all’economia da 85 miliardi di dollari di acquisti mensili. I mercati hanno reagito con un rally, soprattutto gli asset che più erano stati penalizzati da maggio: le azioni sono salite e alcuni indici sono ai record storici, i rendimenti dei bond sono scesi e le valute emergenti hanno recuperato in parte terreno.

È il momento di rivedere la propria strategia spostandosi sulle azioni? Non proprio. Gli esperti di Credit Suisse hanno confermato la loro visione “underweight” (sottopesare) e ritengono che più avanti ci saranno momenti migliori per rientrare nel mercato, comprando sui ribassi. Dopo la riunione della Fed, la Commissione per gli investimenti di Credit Suisse ha infatti riesaminato la decisione presa a metà agosto di spostare la propria view sull’azionario globale per stabilire se fosse ancora appropriata.

“Uno dei motivi che ha motivato la decisione di agosto – spiega Florence Lombardo di Credi Suisse – era il rischio che il rendimento dei Treasury aumentasse bruscamente e scatenasse un sell off in altre asset class, specialmente azioni. Un’altra incertezza era l’escalation del conflitto siriano”. L'Investment Committee al momento ritiene che i recenti eventi abbiano rimosso, o almeno significativamente ridotto, questi rischi. Così ci si potrebbe chiedere se non sia il momento per togliere la raccomandazione underweight sulle azioni.

Ma, spiega Credit Suisse, per quanto la Fed non abbia intenzione di iniziare il tapering ora e questo stia supportando nel breve le azioni, la riduzione del QE è ancora sul tavolo. “Succederà alla fine e per questo continuerà a pesare sui mercati come una spada di Damocle – afferma Lombardo - in particolare, l’inazione della Fed ha contribuito all’incertezza sul percorso di normalizzazione mentre gli investitori stavano invece anticipando una guidance chiara”. Il che, aggiunto agli altri rischi politici, lascia i titoli vulnerabili a correzioni.
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