La politica del dollaro debole? Per gli Usa è un vicolo cieco  

di Redazione

Secondo Pimco non è probabile che il Tesoro Usa si imbarchi in interventi diretti sul dollaro, e anche se lo facesse il risultato potrebbe non essere quello sperato, ma solo un aumento delle tensioni globali

Non è un segreto che al presidente Trump e alla sua amministrazione piacerebbe un dollaro più debole che rendesse più competitive le esportazioni americane e sostenesse possibilmente anche la crescita economica. Ma gli americani sono pronti anche a spingersi sul terreno degli interventi sul mercato valutario per ottenere questo risultato? Se lo chiede Gene Frieda, executive vice president e global strategist di Pimco a Londra, che è anche co-responsabile della strategia valutaria e del Comitato di portafoglio per i mercati emergenti della casa d’investimento. La risposta dell’esperto è che interventi diretti sul mercato dei cambi stile anni 80 sia improbabile, ma ritiene anche che valga la pena di esaminarne comunque le implicazioni per l’impatto che avrebbero sul mercato. Lo stesso Trump avrebbe respinto per ora l’ipotesi di interventi diretti, ma indubbiamente l’idea è stata discussa in seno all’amministrazione nell’ambito del dibattito sulle tensioni commerciali e sul rallentamento della crescita globale.

IL DOLLARO E’ SOPRAVVALUTATO, MA COERENTE CON LA CRESCITA USA

Frieda osserva che attualmente interventi sul forex da parte di paesi sviluppati sono rari, e tipicamente avvengono solo quando i mercati mostrano segni di malfunzionamento a causa di un evento esterno significativo, come il terremoto in Giappone nel 2011, o quanto la valutazione di una moneta importante diventa così estrema che crea un interesse comune ad invertire il trend. Nel nostro caso manca proprio questo fattore, mancano le motivazioni da parte dei governi per indebolire il dollaro, e i mercati funzionano bene. E’ vero che secondo Pimco il biglietto verde oggi è sopravvalutato del 10% circa tenendo conto dei fattori macroeconomici strutturali e fondamentali, ma è un trend sostanzialmente in linea con fasi che in passato hanno visto l’economia americana sovraperformare quella dei competitor.

GLI STRUMENTI NORMATIVI ESISTONO, MA VANNO FINANZIATI

L’esperto ricorda che il Gold Reserve Act del 1934 attribuisce al Tesoro Usa ampio potere discrezionale in politica valutaria. Utilizzando l’Exchange Stabilization Fund, il Tesoro può operare sul mercato dell’oro, delle altre valute e su altri strumenti finanziari per conseguire i suoi obiettivi. Ma deve anche fare i conti con limiti pratici, tra cui il più importante è costituito dalla dimensione dell’ESF, anche perché senza il sostegno del Congresso non potrebbe emettere il debito necessario a finanziare acquisti di valuta estera. In passato gli interventi hanno anche avuto successo senza richiedere il dispendio di ingenti quantità di valuta, ma questo soprattutto per la credibilità delle politiche delle varie banche centrali, che in passato intervenivano appunto in maniera ‘concertata’.

GLI ALTRI PAESI NON SAREBBERO A FAVORE DI INTERVENTI CONCERTATI

L’esperto di Pimco solleva due questioni centrali per determinare la possibilità che oggi il Tesoro Usa intervenga effettivamente sul forex: la prima riguarda la partecipazione diretta anche della Federal Reserve e la seconda invece concerne il supporto che eventualmente potrebbe offrire la comunità internazionale. In passato la Fed è intervenuta a fianco del Tesoro per correggere eccessi del mercato valutario, e una sua discesa in campo aumenterebbe sensibilmente il potenziale di fuoco disponibile. Molto più difficile invece che gli Usa possono ottenere il supporto dalla comunità finanziaria internazionale, fatta di altri paesi sviluppati che oggi sono ampiamente a sfavore di interventi per correggere l’andamento delle valute. E, nella fase attuale di tensioni commerciali globali, interventi diretti a svalutare il dollaro per rendere il Made in Usa più competitivo non sarebbero certo visti con favore. Anzi sarebbero visti come una provocazione che esaspererebbe ulteriormente le tensioni.

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RISCHIO DI AUMENTARE LE INCERTEZZE SULLA CRESCITA GLOBALE

In ogni caso Pimco ritiene che se gli Usa decidessero di intervenire, non avrebbero successo, nemmeno come palliativo a breve termine. I mercati prezzerebbero l’arrivo di politiche americane ancora più aggressive su dazi e tariffe, con un impatto negativo sull’azionario locale e una corsa agli strumenti percepiti come porti sicuri, tipo i titoli del Tesoro americani, lo Yen giapponese e il Franco svizzero. Uno scenario di interventi blandamente efficaci a cui partecipi la Fed è possibile, e potrebbe crescere un ambiente costruttivo per investire in mercati emergenti e valute legate alle commodity. Ma senza la benedizione degli altri partner globali gli interventi aumenterebbero le incertezze, con conseguenze negative sulla crescita globale che supererebbero di vantaggi di un dollaro debole.

BOTTOM LINE

La bottom line di Pimco è che la possibilità di vedere il Tesoro Usa impegnato in interventi valutari per indebolire il dollaro sia modesta. Ma è importante sapere che se dovesse succedere non avrebbe l’effetto di indebolire più di tanto il dollaro. Perché una politica del genere possa avere successo, il governo americano dovrebbe poter contare sul coordinamento, o almeno sulla cooperazione, dei suoi interlocutori internazionali e della Federal Reserve.

momnoi / iStock / Getty Images Plus


FinanciaLounge
1 Agosto 2019
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