Mercati, riflettori puntati sulle mosse della Fed e della BCE

Mentre la gradualità e la cautela domineranno le prossime decisioni della Fed, la BCE sarà chiamata ad affrontare la delicata imminente inversione del QE.

“Nelle prossime settimane ci aspettiamo un discorso diretto, sebbene prudente, da Washington e un linguaggio più ambiguo da parte di Francoforte” fa presente Andrew Wilson, CEO di Goldman Sachs Asset Management per l’area EMEA, secondo il quale, mentre nel Regno Unito le pressioni inflazionistiche causate dalla debolezza della sterlina sono diventate evidenti e il pericolo di un aumento dei tassi resta elevato, per avere un’idea di quanto accadrà in futuro, si dovrà guardare agli Stati Uniti.

“Ci aspettiamo che la Fed annunci a settembre un piano di rientro dal proprio quantitative easing (QE), con la vendita negli ultimi tre mesi dell’anno di 10 miliardi di dollari in titoli di stato e titoli garantiti da ipoteca” specifica Andrew Wilson che, osservando alcuni fattori – dal mercato azionario che registra rendimenti notevoli, ai rendimenti obbligazionari che stanno diminuendo; dal calo del dollaro che sta subendo un’accelerazione, al mercato del lavoro che si conferma forte; dalla disoccupazione ai livelli del 2001, ai redditi orari medi che mantengono la tendenza al rialzo – ritiene che i falchi nella politica monetaria statunitense abbiano ancora più voce in capitolo e che la prima significativa uscita dal QE avverrà negli Stati Uniti.

Un’evenienza che potrebbe causare nuova volatilità sui mercati. “Quando nel 2013 Ben Bernanke (l’allora Presidente della Fed) evocò la prospettiva di acquisti ridotti in fase di QE, ne era scaturito un forte sell-off (vendita di titoli senza limiti di prezzo e quantità) nei mercati: il cosiddetto ‘taper tantrum’. Ma i banchieri centrali hanno imparato la lezione e ora ogni mossa attuale o potenziale verso quella direzione viene annunciata in maniera chiara. Vale anche la pena notare che l’inversione del QE non comporterà svendite destabilizzanti da parte della Fed su un mercato già in allarme per la prospettiva della fine del sostegno della banca centrale. La Fed investe nell’intero spettro delle scadenze e può semplicemente diminuire il ritmo di reinvestimento dei titoli giunti a scadenza. La gradualità e la cautela saranno le parole d’ordine” spiega Andrew Wilson, che passa poi ad analizzare la situazione nella zona euro dove alcuni indicatori macro segnano un forte miglioramento.

“I recenti numeri della crescita in Europa sono più alti del previsto, con un’inflazione in leggera accelerazione; questi elementi si aggiungeranno alle forti attese che Mario Draghi annunci il piano di uscita dal QE verso fine anno” puntualizza Andrew Wilson, secondo il quale il presidente della BCE si trova in una situazione non semplice e il modo in cui effettuerà la ‘normalizzazione’ della politica monetaria determinerà gran parte del futuro economico di tutta l’Eurozona.

“A giugno il Presidente della BCE ha quasi innescato il suo taper tantrum da Sintra. Ma Draghi, pur avendo immediatamente contenuto la conseguente volatilità con parole più rassicuranti per un mercato non disposto a fronteggiare il venir meno del sostegno della BCE, sa bene che questa situazione non può protrarsi all’infinito” sostiene Andrew Wilson. A parte le perplessità circa la sostenibilità di una ripresa supportata da un intervento pubblico nel lungo periodo, Draghi ha urgenti ragioni pratiche per avviare il processo di inversione, a cominciare dal fatto che le obbligazioni da acquistare sul mercato si stanno esaurendo.

Si troverà quindi a dover sospendere gli acquisti, oppure a dover formulare argomenti politici per allontanarsi dal ‘capital key’, il meccanismo che determina quante obbligazioni di un paese la BCE può acquistare, oppure ancora a dover abbandonare la convenzione secondo cui la BCE non può detenere più di un terzo di ogni singolo titolo.

“La seconda e la terza opzione hanno implicazioni importanti: l’abrogazione del capital key darebbe spazio all’accusa di effettuare indirettamente il fiscal transfer; inoltre, se la BCE dovesse possedere la maggioranza di ciascuna emissione di bond, peggiorerebbe il problema della scarsità di cui già gli investitori privati si stanno lamentando e si troverebbe con la responsabilità di essere un investitore di maggioranza che richiede un fallimento nel caso di default, una posizione scomoda per una banca centrale” conclude Andrew Wilson, secondo il quale il rischio principale per Draghi è quello di portare i mercati ad accettare condizioni più restrittive e questo non gli lascia nessuna giustificazione di principio per l’imminente inversione del QE.

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FinanciaLounge
7 Settembre 2017
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