Mercati, l’inflazione americana si conferma il driver principale

Ancora una volta partono dall’inflazione americana i timori dei mercati: all’inizio di marzo arriveranno dati maggiormente indicativi sui prezzi al consumo.

Continuano le scosse che hanno minato la stabilità dei mercati finanziari nelle ultime settimane. A destare preoccupazione sono stati i dati sull’inflazione americana di gennaio, ferma al 2,1% su base annua con il dato ‘core’ (al netto cioè dell’energia e dei beni alimentati) stabile all’1,8%.

La reazione iniziale dei mercati è stata di sbandamento, in quanto hanno prevalso i timori emersi nel corso delle ultime settimane: un livello di inflazione al di sopra delle attese (era infatti prevista una modesta decelerazione) è bastato infatti a scatenare una vendita di titoli sui mercati senza limite di prezzo e di quantità (sell off) sui Treasury USA con il rendimento del decennale americano balzato al 2,9%. In parallelo, anche i contratti future sugli indici USA, con Wall Street ancora chiusa, sono caduti trascinando al ribasso le Borse europee. Poi, grazie all’apertura stabile degli indici azionari dei mercati USA, i timori sono rientrati e i listini europei hanno chiuso in territorio positivo la seduta di Borsa. Resta il fatto che gli investitori evidenziano nervi scoperti con l’inflazione americana che ha assunto il ruolo di principale driver della direzione.

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“Le recenti turbolenze mettono in luce la sensibilità dei mercati ai dati più solidi sui prezzi al consumo e sulle retribuzioni dei lavoratori” puntualizza Andrew Wilson, CEO di Goldman Sachs Asset Management per l’area EMEA, Global Co-Head Fixed Income Management, che suggerisce di non fossilizzarsi sui dati di inflazione USA di ieri per le future decisioni di investimento. Anche perché, si tratta di dati “influenzati dai cambiamenti metodologici e dalle distorsioni meteorologiche”.

È vero, prosegue Andrew Wilson, che i dati appena diffusi risultano più robusti del previsto e potrebbero estendere la volatilità di mercato (dal momento che le aspettative relative agli aumenti dei tassi delle Fed sono ricalibrate verso l’alto) ma è altrettanto vero che confermano la solidità dell’economia visto che riflettono una normalizzazione in alcune componenti che sono state molto deboli. Resta il fatto che il market-pricing per la politica della Fed sottovaluta il solido contesto macroeconomico, tra cui il tasso di disoccupazione ai minimi da 17 anni e l’impatto degli stimoli fiscali: un contesto nel quale, secondo Andrew Wilson, esiste la possibilità che i rialzi dei tassi di quest’anno non si fermino ai tre previsti in base all’attuale proiezione della Fed.

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In ogni caso, Andrew Wilson raccomanda di contestualizzare i dati aspettando l’inizio di marzo per conoscere l’inflazione PCE (Personal Consumption Expenditures), l’indicatore dei prezzi preferito dalla Fed, e la variazione delle retribuzioni.




FinanciaLounge
19 Febbraio 2018
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